Referendum. No, non cambia nulla

Di: Gerardo Valentini

Tutto come prima. I cittadini si sono espressi e l’esito è stato netto: quasi il 54 per cento di No, poco più del 46 di Sì. La partecipazione è stata consistente – anche se definire “boom” un dato complessivo che non arriva al 60 per cento dipende più che altro dalla scarsa affluenza del passato, anche prossimo – e questo rafforza il verdetto. Imponendo di non restare in superficie e di andare oltre la mera registrazione del risultato.

In democrazia è un principio fondamentale: il giudizio delle urne non va mai delegittimato. Perché esprime un dato di realtà e il primo compito della politica, nonché di qualsiasi analista serio, è misurarsi sullo stesso terreno. Se in un dato momento la maggioranza della popolazione manifesta una determinata posizione, significa che bisogna farci i conti: cercando di capire, innanzitutto, che cosa stia a indicare quella prevalenza. 

Limitarsi a dire che se ne prende atto è un’ovvietà. Anzi, molto peggio. Equivale a ignorare le vere cause dell’insuccesso e a commettere un grave errore, rifugiandosi in una accettazione immediata che per un verso è inevitabile, mentre per l’altro è una sorta di autoassoluzione. Della serie: è andata così, che cosa ci possiamo fare?

L’atteggiamento giusto è agli antipodi. La contrarietà che è emersa va scandagliata a fondo, per comprenderne appieno le motivazioni e, senza girarci attorno, i tabù. 

Potentissimo, quel totem

Cominciamo dalle prime. 

La bocciatura di una riforma così importante attesta che moltissimi italiani non vedono quello che a noi pare evidente: la strombazzata “indipendenza” della magistratura si risolve, troppo spesso, in un’azione di contrasto alle scelte politiche del Parlamento e dei governi, quando le relative maggioranze non siano gradite. Ovvero, per essere più chiari, quando si tratta di coalizioni ed esecutivi di centrodestra. O di destra-centro, come quello attuale.  

Ma è l’altro aspetto, a essere ancora più allarmante. È la convinzione che intervenire su materie di questo rilievo sia sbagliato e sospetto di per sé. Perché avrebbe lo scopo di attaccare, corrodere, disgregare i fondamenti dell’ordinamento repubblicano. 

Il tabù, appunto, della Costituzione. Su cui fa leva chi vuole mantenere gli assetti istituzionali sugli stessi binari che si sono utilizzati finora.  

Sostenendo che non va toccata perché altrimenti si rimuove la pietra angolare che regge l’intero edificio. Sorvolando sul fatto che nel frattempo quell’edificio si è assai deteriorato, per incuria o per dolo.

CSM: l’alibi dell’autogoverno   

Tutto come prima. 

La magistratura italiana continuerà ad avere le sue correnti e al suo interno, perciò, le cose proseguiranno più o meno come al solito: con dei gruppi dall’orientamento prestabilito, vedi per esempio “Magistratura democratica”, che lavorano per indirizzare le proprie attività istituzionali verso gli scopi che desiderano. 

Dalle istruttorie alle sentenze, dalle carriere alle (non) sanzioni per i colleghi che se le meriterebbero.

La Riforma mirava a rimuovere questo stato di cose. Che va avanti da così tanto tempo da essersi radicato in profondità e da costituire, dunque, un vero e proprio sistema.

Nelle intenzioni si trattava di un correttivo. Che partiva dalle distorsioni di un principio giusto, come l’autogoverno della magistratura, e che era imperniato sull’idea, ancora più giusta, che applicare la legge sia cosa diversa dal giudicarla. 

Non è che le norme debbano essere condivise dai magistrati, affinché essi vi si attengano. Le norme, in democrazia, le fanno gli organi legislativi. E se certi magistrati non vi si rispecchiano – perché a loro avviso non sono abbastanza umanitarie, egualitarie e solidali nei confronti degli immigrati illegali, o di qualche altra categoria che sono smaniosi di proteggere – non spetta a loro ostacolarle o addirittura disattenderle.

Non è questo, l’architrave della divisione dei poteri. E come abbiamo già spiegato in diverse altre occasioni, il trucco è appellarsi a principi di carattere generale che si porrebbero al di sopra delle leggi nazionali promulgate di volta in volta. Principi pescati appunto nella Costituzione e persino al di fuori di essa, in quei documenti-proclami che sono stati partoriti via via da questo o quel consesso sovrannazionale per ammantarsi di una filantropia di facciata. 

Bloccando la Riforma, il referendum lascia tutto com’era. Lasciando tutto com’era, gli effetti negativi continueranno a prodursi.

La bonifica non è stata possibile. Ma i suoi ottimi motivi rimangono assolutamente gli stessi. 

Leggi anche:

Riforme costituzionali: c’è una malattia e va curata

Manifesto di Ventotene: la Bibbia posticcia dei filo UE

Cittadinanza accelerata: il No è sacrosanto