Di: Gerardo Valentini
Diciamo di sì, per capire bene di cosa ci tocca ragionare. E diciamolo ringraziando il cielo per il fatto che al momento è solo un’ipotesi, sia pure in via di accelerazione.
Diciamo che finirà davvero come sostengono-minacciano-sbraitano i vertici (vertici, sic) della UE e di alcuni stati membri, con l’aggiunta del Regno Unito: gli attriti con la Russia si aggravano ulteriormente e dallo scontro indiretto, attuato finora attraverso l’Ucraina, si passa a un conflitto aperto. Ossia, per essere ancora più chiari, a una guerra vera e propria.
Una guerra di eserciti, che si affrontano sul campo e lasciano sul terreno migliaia di morti. Non una sola volta, ma a più riprese. Per settimane o per mesi. Per anni.
Migliaia di morti che crepano subito e altre migliaia di feriti che tornano a casa con danni permanenti: amputati di uno o più arti, accecati per sempre, sfigurati dalle schegge delle bombe o dalle ustioni.
Una guerra che non coinvolge solo i militari – inizialmente quelli di professione e in seguito, o prima o poi, quelli di leva, magari arruolati a forza come succede appunto in Ucraina – ma che si estende ai civili. Cioè a noi. A tutti noi che le guerre siamo abituati a vederle, tutt’al più, sugli schermi delle televisioni o dei pc o degli smartphone.
Immagini terrificanti, come no, ma di avvenimenti che si svolgono altrove. In Paesi che possono essere più o meno lontani, o al contrario relativamente vicini, ma che in ogni caso non sono il nostro: la nostra terra, le nostre città, i nostri monumenti. I nostri connazionali. Noi e i nostri cari.
Siamo abituati così. E l’abitudine, col tempo, è diventata una rimozione.
Questi disastri, queste tragedie, queste macerie e questi cadaveri, riguardano solo gli altri. Mentre noi continuiamo, imperterriti, a fare la nostra solita vita: maledicendo, al massimo, l’aumento dei prezzi dei carburanti e a cascata delle altre merci, per effetto di ciò che sta accadendo, mannaggia, in luoghi remoti come l’Iran.
Saremmo pronti? Neanche per sogno
Poi, a un tratto, ci siamo dentro sul serio. Dentro irrimediabilmente. Senza che nessuno ci abbia chiesto se siamo d’accordo. Dando invece per scontato che la delega a governarci, conferita con le normali elezioni, si possa espandere a dismisura e diventare, automaticamente, l’autorizzazione a precipitarci nell’abisso di una guerra.
È questo, ciò che dobbiamo avere ben chiaro e stamparci nella testa. I proclami (i deliri) degli pseudo leader alla von der Leyen e Kallas, alla Macron e Merz, alla Starmer e Tusk, ci stanno esponendo al rischio immane di subire morte e distruzione. Non come eventualità astratta o occasionale ma come possibilità concreta e quotidiana. Non soltanto al fronte ma lì dove abitiamo. Qui dove abitiamo.
Bombardamenti aerei, missili, droni. A getto continuo e in quantità smisurata. Di giorno e di notte. O addirittura, visto che certo non lo si può escludere, testate atomiche. Perché è proprio in quest’ultimo ambito che la superiorità della Russia è enorme e schiacciante.
Che cosa faremmo, allora?
Dove cercheremmo riparo e salvezza?
Dove sono i rifugi sotterranei in cui radunarci, ammesso che ne avessimo il tempo, per aspettare che l’ennesima ondata di attacchi si esaurisca?
La risposta è semplice e sconvolgente: quei rifugi non esistono. Non è che ce ne sono in quantità modesta e inadeguata: non ce ne sono proprio. Non per noi cittadini qualsiasi.
Un dato inoppugnabile che ci porta dritti alla questione fondamentale: se è quantomeno dubbio che per questa ipotetica e stramaledetta guerra vi siano i presupposti militari, di sicuro non ci sono quelli civili.
E semmai non vi bastasse il riferimento ai rifugi sotterranei, riflettete su questo: come siamo messi a riserve di energia e a scorte di cibo? Quanto potremmo resistere? E quanto siamo disposti a sopportare le privazioni materiali e le sofferenze psichiche dei sacrifici prolungati e dei lutti definitivi?
La guerra è sempre e comunque una decisione terribile. Ma diventa pura follia, o imperdonabile cinismo, se la si inizia senza aver fatto nulla per prepararsi a sostenerla. E quando, anzi, si sono passati decenni e decenni a indebolire le rispettive popolazioni con messaggi ingannevoli e illusioni mediatiche, allo scopo di farne quello che si voleva per lucrare a loro danno: delle masse accomodanti e dei consumatori impazienti.
Magari, stessero solo mentendo
La speranza da coltivare è paradossale. È che pure stavolta si tratti di proclami di facciata, anziché di intenzioni effettive.
Menzogne deliberate che mirano a spostare l’attenzione collettiva dalle tante e crescenti turbolenze già in atto, sia sul piano economico sia su quello sociale, nel tentativo di ottenere una nuova legittimazione. O se non altro un’ulteriore dilazione rispetto alla resa dei conti che sarebbe necessaria, e urgente, a fronte dei guasti accumulati via via dalle classi dirigenti, vuoi per mera incapacità, vuoi per il colpevole appoggio a disegni di potere oligarchici e antipopolari.
Uno schema arcinoto: il nemico esterno che viene presentato come una minaccia fatale e incombente, facendo perciò passare in secondo piano le controversie interne. Come si dice “i turchi alle porte di Vienna”.
Per i politici di mestiere è la norma: campano di chiacchiere, più o meno altisonanti e aggressive, senza mai subirne le conseguenze peggiori. Mentre il conto dei loro sproloqui lo paghiamo noi cittadini.
Ma se quel conto è già fin troppo salato, nelle attuali situazioni di declino produttivo da troppa globalizzazione e di tensioni sociali da troppa immigrazione, il sovrappiù di una guerra aperta lo renderebbe del tutto intollerabile.
Non è un tema da talkshow, che se non ti interessa cambi canale o spegni la tv. È una prospettiva angosciante che si sta avvicinando. E che deve indurre ciascuno di noi a dire, ad affermare, a urlare, che questa rovinosa escalation no, non la vogliamo e non la permetteremo.
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