Di: Gerardo Valentini
Due “idioti” isolati, i ragazzi che a Roma avevano deciso di divertirsi aggredendo persone scelte a caso, da picchiare se trovate a piedi o da far cadere a terra se a bordo di una bicicletta o di un monopattino? Un monopattino come quello dell’attore 37enne Davide Iacopini, che infatti è caduto riportando un grave trauma cerebrale e che si trova tuttora in terapia intensiva, nella allarmante incertezza di una prognosi che resta, come si dice, strettamente riservata.
Sarebbe bello poterlo credere, che si tratti di un caso eccezionale. Eccezionale, beninteso, non riguardo alle sue specifiche modalità, che magari non verranno replicate da nessun altro e quindi rimarranno davvero un unicum, ma rispetto a ciò che lo ha innescato. Quello che va molto oltre la vicenda particolare e pone, ancora una volta, il problema di un degrado psicologico e morale ad ampio raggio.
Uno sgretolamento dei valori condivisi e dell’empatia reciproca che non investe affatto soltanto i giovani. Anche se in loro tende a manifestarsi con maggior forza perché i livelli di energia sono più alti e gli obblighi della vita adulta non li hanno ancora avviluppati nella ragnatela degli obblighi, addestrandoli giorno dopo giorno alla sopportazione inerme.
Dei due ragazzi di Roma, uno di 17 anni e l’altro di 16, colpiscono le dichiarazioni rilasciate dopo l’arresto. Le paradossali “spiegazioni” sui motivi che li hanno portati ad agire come hanno agito.
La prima formula è quella che è stata rilanciata più spesso dai media: «ci annoiavamo».
La seconda è persino più inquietante: «per noi era uno scherzo».
Zero senso della realtà
Balza all’occhio la parola scherzo. Ma la chiave di volta è invece altrove: è in quel “per noi”.
È qui che si racchiude la causa profonda di questa deviazione. Di questa e di innumerevoli altre, al di là del fatto che sfocino in comportamenti criminosi e in atti violenti contro chicchessia. Vedi, ad esempio, i tantissimi consumatori di droga che, pur non commettendo dei reati in quanto l’uso di stupefacenti a titolo personale è stato ridotto a illecito amministrativo fin dal 1990, alimentano le gang dello spaccio. E perciò, moltiplicandone i profitti, ne accrescono il potere e ne diventano oggettivamente complici.
Quando i due adolescenti della minicar utilizzano quello sciagurato “per noi” stanno implicitamente affermando che il loro unico criterio di giudizio (si fa per dire, giudizio) è l’impulso che gli passa per la testa. Siccome lo percepiscono così, allora non badano a nient’altro.
Non è nemmeno che lo scartino consapevolmente, al pari di un criminale che decide di delinquere ma si rende ben conto che sta violando la legge e che quindi è colpevole. No. Questi due scellerati non lo prendono proprio in considerazione.
Il deficit non è solo morale: non esitiamo a fare del male per ricavarne una gratificazione. Il deficit è assai più ampio: annichilisce la cognizione dell’elementare differenza tra un gioco e la realtà. Il gioco non danneggia nessuno e al massimo può infliggere la sofferenza di una sconfitta. La realtà produce effetti concreti ed espone le vittime a danni gravi. O addirittura irrimediabili come una menomazione permanente o la morte.
Il problema, evidentemente, non è concettuale: che picchiare qualcuno o scaraventarlo a terra sia sbagliato e pericoloso lo può capire chiunque.
Se a sedici o diciassette anni non ci arrivi bisogna domandarselo: perché non lo hai appreso? Perché non lo hai imparato?
O meglio: perché nessuno, dai genitori alla scuola e alla società nel suo complesso, è stato capace di insegnartelo?
Devianti. Ma tutt’altro che per caso
A proposito dei femminicidi si fa un gran parlare di introdurre dei corsi di “educazione affettiva” che portino gli studenti a comprendere che i rapporti sentimentali non devono essere imperniati sul dominio ma sul voler bene. Un partner non è una proprietà esclusiva, di cui disporre a piacimento finché se ne ha voglia, ma una persona autonoma, che con la medesima libertà può assecondare il rapporto o viceversa interromperlo.
Ancora prima, però, bisognerebbe promuovere in tutti, e fin dall’infanzia, un pieno senso della realtà e una robusta capacità di accettare che a volte vi siano dei limiti insormontabili che impediscono la realizzazione dei propri desideri. E, a maggior ragione, dei propri capricci.
Ma non è questa, la direzione dominante. I messaggi che si rincorrono un po’ dappertutto sono all’insegna di un individualismo mal riposto e di un antagonismo onnipresente e senza esclusione di colpi. Il principio della competizione ha travalicato il mondo dell’economia – dove pure bisognerebbe distinguere tra la concorrenza accettabile e la lotta fratricida – ed è dilagato ovunque.
I media rafforzano il modello a getto continuo, dietro l’ipocrisia dello spettacolo e della necessità di fare ascolti: nei talkshow si sbraita senza alcun rispetto per gli interlocutori, nei talent un’espressione artistica come la musica degenera in una gara tra aspiranti star. I social, a loro volta, hanno puntato tutto sull’autocelebrazione e dato la stura a ogni sorta di narcisismo e di aggressività, dai titoli ingannevoli e acchiappa-clic agli sproloqui dei commentatori di passaggio e alle violenze verbali degli haters.
Il comodo alibi è che bisogna essere capaci di distinguere tra ciò che è lecito e ciò che non lo è.
Il dato di fatto è che questi condizionamenti sono striscianti e vengono assorbiti comunque.
Certo: le responsabilità penali sono solo di chi delinque, ed è fuori discussione che anche i due “spensierati” delinquenti della minicar debbano essere sanzionati con la necessaria durezza, ma questo non esaurisce la discussione. Quello che è avvenuto a Roma non è un caso eccezionale di immaturità giovanile che sconfina nel crimine. È la conferma che tra l’eccezione e la norma si estende un’amplissima zona grigia di egocentrismi irrisolti e di menti instabili, affamate di emozioni torbide e di divertimenti spietati.
Occhio: possono tracimare in ogni momento. Anche proprio dove viviamo noi.
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