Alla fine Putin dovrà mollare. Ma è proprio vero?

Di Gerardo Valentini

Prima Stoltenberg, il Segretario generale della Nato. Poi il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Scholz. E via via altri Stati UE come la Polonia, la Finlandia, l’Olanda, la Repubblica Ceca e i Paesi baltici. Nonché, spostandoci sul versante angloamericano, la Gran Bretagna, il Canada e infine, anche se per ora sul filo delle indiscrezioni in attesa di conferma, gli USA.

Tutti d’accordo sulla stessa linea: alzare il livello dello scontro con Mosca. Concedendo all’Ucraina il diritto di usare le armi inviate dall’Occidente non solo per colpire le forze armate di Mosca all’interno del proprio territorio, ma anche al di là della frontiera con la Russia. Sia pure (almeno per ora?) con il vincolo di attaccare solo degli obiettivi prettamente militari. 

La versione ufficiale è che si tratterebbe comunque di un utilizzo in chiave prettamente difensiva. Non stiamo mica combattendo noi: macché, aiutiamo gli Ucraini a resistere.

Alle solite. La guerra per “interposta nazione”. L’Occidente non vede l’ora di togliere di mezzo Putin e cerca in tutti i modi di metterlo con le spalle al muro. 

Come? 

Un passettino alla volta. O magari non tanto “ino”. 

Noi giudichiamo. Noi ci auto assolviamo

Limitiamoci alla vicenda bellica in corso. 

L’accorgimento, furbesco, è collocare qualsiasi iniziativa all’interno di una sorta di zona grigia. Che nelle intenzioni vorrebbe essere anche una zona franca. Dove gli atti ostili ci sono eccome, ma con la pretesa che non vadano ritenuti aggressivi. 

Le sanzioni? Una sacrosanta punizione. Quasi un automatismo. Mosca ha violato il diritto internazionale e perciò va bacchettata. Un “pacchetto” dopo l’altro. Il più duramente possibile. Fintanto che non ceda.

Il sequestro dei capitali russi depositati nelle banche occidentali, o addirittura il loro esproprio per metterli a disposizione di Zelensky? Un risarcimento, anticipato e unilaterale, per i danni di guerra.

Quali che siano le decisioni assunte, le si presenta all’insegna, e con l’alibi, del coinvolgimento limitato: sì, certo, sosteniamo in lungo e in largo l’Ucraina – riempiendola delle nostre armi e magari, tra il detto e il non detto, con il supporto dei nostri istruttori militari – ma non per questo siamo in guerra con la Russia. 

Come distinguo non è un granché, ma a chi si accontenta della forma va benissimo. A chi invece vada oltre e badi alla sostanza appare chiarissimo il contrario: il blocco atlantista è in conflitto aperto con Mosca, ovvero con Putin, e in effetti lo era già assai prima che il 20 febbraio 2022 avesse inizio la famigerata “operazione militare speciale”. 

Il motivo è quanto mai preciso. 

Sulle macerie dell’ex Unione Sovietica, Putin ha avuto l’ardire di ricostruire la forza dello Stato e di rivendicarne il ruolo di potenza globale. 

Una arroganza intollerabile. Per Washington & C.

Domande vere, al posto dei falsi schemi

Cammina cammina (passettino dopo passettino…) si arriva all’oggi. 

La Russia non è stata affatto schiantata dalle sanzioni e il conflitto lo sta vincendo. L’Ucraina, al contrario, non è mai stata in grado di scatenare la mitica controffensiva che avrebbe dovuto ribaltare le sorti della guerra e viceversa, a causa delle pesantissime perdite tra i propri militari e del ridotto ammontare della popolazione, è allo stremo delle forze.

Conclusione: i piani preesistenti non sono più praticabili.

L’Ucraina da sola è destinata alla sconfitta e solo un ulteriore e massiccio intervento occidentale può (forse) mutare l’esito incombente. 

È qui, il nodo fondamentale. 

Qual è, precisamente, la soglia al di là della quale diventerà impossibile proseguire nell’attuale messinscena della responsabilità limitata? E cosa accadrebbe se il Cremlino arrivasse alla conclusione che, visto che le armi che sparano contro i russi sono le nostre, siamo proprio noi i colpevoli delle vittime e delle distruzioni provocate da quei cannoni, da quelle bombe, da quei missili?

Lasciamo da parte Washington, che ha finalità sempre meno coincidenti con le nostre, ma nelle capitali europee, e nelle sedi della UE, farebbero meglio a rifletterci a fondo. E fuori, finalmente, dai soliti schemi. 

L’idea sbagliata, fin dall’inizio, è stata che la chiave di volta fosse spaventare Putin  a tal punto da indurlo a recedere. I presupposti, infondati, erano che le forze armate di Mosca non fossero poi così preparate e che l’economia russa non fosse in grado di reggere ai costi del conflitto e all’impatto delle sanzioni,

Dopo oltre due anni di guerra bisogna riconoscerlo. Il deterrente non ha funzionato. Quel cumulo di false certezze va abbandonato.

I veri interrogativi sono altri: quanto siamo attrezzati noi europei, come truppe e come armamenti? Quale sarebbe l’impatto sulle nostre economie? E come reagirebbero, i nostri concittadini, agli effetti concreti e cruenti di una guerra che da minaccia astratta diventa tragedia effettiva e quotidiana?

È un enorme bagno di realismo, quello che serve. Se davvero si vuole evitare, all’opposto, un immenso bagno di sangue.  

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