Biennale di Venezia. Sì, la Russia può partecipare

Di: Gerardo Valentini

Giusta la causa, ottima l’arringa. 

La causa, che va molto oltre il caso specifico, mira ad affermare un principio sacrosanto e universale: l’arte non va associata immediatamente alla politica. E perciò non è lecito estendere agli artisti di un determinato Paese la condanna e l’ostracismo che si applicano ai suoi governanti.

L’arringa, svolta mirabilmente dal presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco nel suo discorso di apertura (qui in versione integrale), lo argomenta a dovere. Ricordando a tutti che la politica estera non si deve sovrapporre alle attività culturali, pretendendo di asservirle ai propri scopi.

Le sanzioni economiche sono legittime, persino quando rientrano in uno schema fisso/ottuso e diventano autolesionistiche. Le rappresaglie mediatiche, che pretendono di demonizzare in blocco una nazione avversaria, in una sorta di “damnatio memoriae” anticipata e onnicomprensiva, non lo sono affatto.

Tacitare e offuscare a priori tutto ciò che di creativo proviene da uno Stato con cui si è in cattivi rapporti significa dilatare in modo esorbitante, e perciò inaccettabile, il concetto di propaganda. Nel presupposto erroneo che il valore di un’opera d’arte o di una performance sportiva basti di per sé a mettere in una luce favorevole il relativo governo, sino a far dimenticare di colpo i suoi torti, veri o presunti, e ad assolverlo in toto.   

Una specie di embargo sull’immaginario collettivo. Un’operazione che è sbagliata in linea di principio e pericolosissima per le sue implicazioni, tanto attuali quanto future. 

Il sottinteso, infatti, è una mancanza di rispetto nei confronti della popolazione, ridotta a una massa di creduloni pronti a lasciarsi influenzare da qualunque suggestione, al pari di selvaggi che rimangono incantati dalle perline colorate senza capire che sono solo bigiotteria da quattro soldi. 

Perciò li si mette sotto tutela. Per evitare che quelle “perline” le possano vedere o anche solo intuire.  

Come accade, per esempio, con la ridicola decisione di non riportare il nome della Russia e la sua bandiera accanto al nome degli atleti che gareggiano nelle competizioni internazionali, 

La manipolazione? Solo quella degli altri

Che il potere politico utilizzi i media per orientare le convinzioni e i comportamenti dei cittadini è una verità indubbia e arcinota. E quando questo condizionamento avviene nei confronti di popoli stranieri si parla, grazie alla definizione coniata nel 1990 dallo studioso statunitense Joseph Nye, di “soft power”.

L’Occidente lo ha usato a piene mani e gli USA, in particolare, lo hanno fatto a getto continuo attraverso il mondo dello spettacolo, a cominciare dal cinema hollywoodiano e dalla musica pop-rock, diffondendo a livello planetario certi stili di vita. Nonché la lingua inglese come esperanto semi obbligatorio.

Analogamente, negli USA e altrove, i mezzi di informazione di massa hanno appoggiato senza sosta gli interessi delle classi dirigenti. Confermandone le linee guida anche quando si trattava di esprimere delle critiche o di denunciare degli scandali. Da un lato, perché comunque quei fenomeni deteriori venivano presentati come delle violazioni personali o di gruppo, senza mai attribuirli al sistema nel suo complesso. Dall’altro, perché se ne ribaltava il significato trasformandolo in un segnale positivo: l’emergere di quelle condotte riprovevoli non attestava una patologia generale e costitutiva, bensì l’esistenza, l’efficacia, di anticorpi democratici in grado di contrastare l’infezione di turno. Come se renderla nota equivalesse a eliminarla. 

Questa dinamica a perenne sostegno dei modelli dominanti persiste al di là dei dissidi tra la componente più conservatrice e quella più progressista, concretizzandosi in innumerevoli interventi sul modo in cui le notizie si danno e si commentano. Si amplificano o si minimizzano. La censura totale è relativamente rara, allo scopo di non renderla troppo palese, ma gli aggiustamenti sono appunto infiniti. 

Uh, le fake news

Per molto tempo si è andati avanti così e la strumentalizzazione veniva ignorata, se non dai critici più attenti alla Chomsky o più radicali alla Debord. L’establishment ne deteneva l’esclusiva, o quasi, e visto che ne traeva vantaggio non aveva motivo di sollevare la questione. 

La situazione è cambiata negli ultimi anni. Con il dilagare di Internet e il parallelo affinamento, anche in questo campo, di grandi potenze come la Russia e la Cina.

Solo allora si è posto il problema di quanto sia facile influenzare la (cosiddetta) opinione pubblica. Ma non per ammettere che farlo è sbagliato, in senso tanto politico quanto morale, bensì per screditare chi diffonde posizioni diverse da quelle dominanti. 

Quelle allineate al Potere sono notizie utili e veritiere: e perciò meritano il nome di news. Con il sostantivo da solo, a sancirne la validità intrinseca.

Le altre, che osano dare versioni di segno opposto e sostenere che dietro molti avvenimenti oscuri ci sono delle oligarchie che agiscono ai danni della collettività, vengono delegittimate aggiungendo un aggettivo liquidatorio e inappellabile: fake. 

Le news le offre la società liberale, che sia pure con qualche difettuccio è da ritenersi sana e proficua. 

Le fake news le inventano i malefici detrattori dell’asse atlantista. Vuoi per pregiudizi propri, vuoi perché al soldo di nazioni straniere. Russia in primis, si intende.

Ma che diamine: fai di testa tua?!

Sul Corriere della Sera il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, tenta un’improbabile lettura double face. 

Preliminarmente sottolinea la sua grandissima stima per l’amico Buttafuoco: «A Pietrangelo ho mandato un messaggio giorni fa. Sulla partecipazione russa alla Biennale dissento da lui completamente, ma comunque vada a finire non esisterà mai in questo mondo assurdo una persona che avrò ammirato come ammiro lui». 

A seguire lo accusa di indisciplina, per non dire di insubordinazione: «Lui ha avvertito il governo italiano che avrebbe aperto il padiglione russo a febbraio scorso, solo a cose fatte. Poteva chiedere prima cosa fosse giusto fare. Invece, a Venezia ha fatto vincere Putin».

Quello che gli sfugge, evidentemente, è che Buttafuoco (ovvero la Biennale) non doveva chiedere un permesso preventivo all’Esecutivo. E men che meno ai vertici UE.

L’errore, o per meglio dire la colpa, è dare per scontata la legittimità di una “ragion di Stato” permanente e invasiva, alla quale deve sottostare ogni attività culturale. Poiché Bruxelles e Roma sono in forte attrito con Mosca, allora bisogna far finta che nella Russia non ci sia nulla di buono, o anche solo di interessante, e occultarne la vista a tutti gli europei, italiani compresi.

Assurdo. Ma non sorprendente.

Ormai i politici, salvo rarissime eccezioni, sono terribilmente simili ai funzionari – ossia ai dipendenti – di un’impresa privata. Si attengono alla linea aziendale e stop. Invece di pensare in modo autonomo, arricchendo così il dibattito pubblico (e in fin dei conti la qualità della democrazia), si arroccano sulle posizioni prestabilite e le sbandierano a oltranza. Con l’aggravante, non di rado, di rifugiarsi negli slogan o di arrampicarsi sugli specchi.

La priorità è dimostrare la propria fedeltà a chi presiede alle loro carriere. A tutto il resto si rinuncia di buon grado. Anzi: con una convinzione incrollabile che spesso sconfina nella testardaggine. Nell’impudenza. Nel grottesco. 

Scommettendo, come al solito, che gli elettori non ci baderanno. O che non lo faranno a tal punto da togliergli il voto.

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