Di: Gerardo Valentini
Segni di infezione, segnali di guarigione.
La vicenda è la stessa, la polemica innescata dalle presunte critiche che lo scrittore Michele Mari avrebbe scagliato contro la scomparsa Michela Murgia: sostenendo, per farla breve, che le asprezze politico-esistenziali della Murgia fossero dovute a un aspetto fisico non dei più avvenenti. Frustrata come femmina, aggressiva come donna.
Apriti cielo. In realtà quelle indiscrezioni erano a dir poco incerte, essendo state rivelate da non si sa bene chi e tratte da una conversazione semiprivata, avvenuta a bordo del pulmino con cui i finalisti del Premio Strega stavano effettuando un tour promozionale. Le requisitorie, tuttavia, sono partite subito, dando per acquisito che le frasi in questione fossero autentiche.
Poi, per fortuna, si è aggiunto anche il resto. Con i suoi segnali di rinsavimento.
Alla crocifissione di Mari, messo all’indice perché accusato di “body shaming”, si sono contrapposte le repliche di chi rivendicava la sacrosanta distinzione tra gli autori e le loro opere. Nel pieno del polverone, infatti, era pure circolata la voce che Mari potesse essere escluso, a causa delle sue biasimevoli parole, da quel Premio Strega che invece, stando alla prima votazione, era avviato a vincere.
Su questo versante, se non altro, l’impasse è stata superata. La Fondazione Bellonci, che è nata nel 1986 per raccogliere l’eredità di Maria Bellonci e che cura il Premio, ha chiarito che i due piani non vanno assolutamente confusi.
“Gli scrittori si esprimono essenzialmente attraverso i loro libri e vorremmo che in questo momento la parola tornasse alla letteratura. Abbiamo ritenuto inopportune le frasi attribuite a Michele Mari e, dal momento che la polemica nasce da un episodio avvenuto durante una tappa di trasferimento del tour organizzato dalla Fondazione, abbiamo creduto doveroso prendere le distanze da quelle affermazioni. Ma ciò non ha alcun rapporto né con un giudizio di merito sui libri in gara né con la prosecuzione della stessa”.
Tutto risolto, quindi?
No. L’isteria imperniata sul “politicamente corretto”, e sulle sue numerose e deliranti derive in chiave woke, si è di nuovo manifestata e rimane in agguato. Debellata nel caso specifico, non c’è dubbio che tornerà a farsi sotto alla prossima occasione.
Bentornato, buonsenso
Come abbiamo già accennato, le voci che si opponevano ai censori anti Mari non hanno tardato a farsi sentire.
La rassegna sarebbe ampia. Ma limitiamoci a una breve selezione.
Tommaso Pincio dice la sua su Instagram e viene rilanciato dal Messaggero: «Se in presenza di smentite e parole di scuse si virgoletta comunque senza specificare la fonte, affidandosi a un vile condizionale, si sta compiendo un atto di squadrismo, e vale tanto per l’anonimo, delatore o diffamatore che sia, quanto per chi diffonde. Possiamo firmare tutti i patentini che vogliamo (vedi quello di antifascismo richiesto dai gestori della rassegna “Più Libri Più Liberi” – ndr) ma se questi sono i comportamenti non possiamo che dirci fascisti».
La Stampa, a sua volta, riferisce che “Marcello Fois, amico molto vicino a Murgia, ha avallato la decisione [della Fondazione Bellonci], sottolineando che «lo Strega giudica i libri, non gli autori. È una condizione che andrebbe ricordata sempre».
Ancora più interessante, però, è l’articolo di Daniela Ranieri pubblicato sul Fatto Quotidiano del 23 giugno. Un affilato e sarcastico j’accuse contro il conformismo di certi ambienti politico-culturali: “I giurati Strega, membri dell’élite editoriale e/o a loro volta scrittori (ma ci sono dentro, per dire, anche ex sindaci di Roma, notoriamente grandi letterati), promuovono e premiano spesso l’esatto opposto: l’attualità, il conformismo, la morigeratezza e le altre virtù di una sinistra al vapore inoffensiva e auto referenziale che schiva i conflitti e vive di cliché. (…) La questione è se si possa non apprezzare Murgia per i più svariati motivi e partecipare allo Strega. A quanto pare no, se non a costo di pubblica gogna; così decreta il demente wokismo d’importazione. Complimenti: hanno annullato il principio noto in estetica come autonomia dell’opera d’arte”.
Il corto circuito dei sedicenti libertari
Esatto. Il nodo è proprio questo: è la pretesa che nella narrativa, o in qualsiasi altra forma di arte, ci si debba allineare a dei dettami “morali”.
Che la cosa sia assurda in linea di principio è evidente, quantomeno in una società liberale, ed è qui che risiede la contraddizione fondamentale del politically correct: da un lato si erge a difesa di ogni sorta di comportamento individuale che non sia conforme ai modelli tradizionali, o comunque più diffusi, dall’altro vorrebbe incatenare chiunque al suo nuovo catechismo di ciò che è lecito e di ciò che non lo è.
Un garbuglio di dogmi e di divieti che finisce con l’avviluppare, ingabbiare, conculcare, quella stessa libertà di espressione che è alla base della democrazia. E che è addirittura connaturata all’arte: tra i cui compiti essenziali, se non addirittura al primo posto, c’è l’esplorazione di ciò che si colloca al di là del “senso comune”. Sia per quanto riguarda i linguaggi utilizzati, vedi le incessanti sperimentazioni delle avanguardie, sia nell’ambito delle tematiche affrontate, dai rapporti sentimentali a qualunque altro modo di attraversare la vita.
L’arte non è un’attività para istituzionale, che deve ribadire i messaggi lodevoli di questa o quell’etica collettiva. Se lo fa per libera scelta, amen. Anche se c’è sempre da chiedersi se libera lo sia davvero: ossia non condizionata, per cinismo consapevole o per opportunismo inconscio, dal desiderio di avere successo percorrendo la via facile dell’omologazione.
Ma il punto cruciale è che questo allineamento non è obbligatorio. Per cui non va neppure ipotizzato. E figuriamoci reclamato.
Gli autori del passato che i progressisti hanno celebrato per il loro slancio iconoclasta sono moltissimi. Ma evidentemente andavano bene solo perché aggredivano la morale dell’epoca, anziché qualsiasi tentativo di imporre per forza un’etica prefissata e inviolabile.
Oggi quella autonomia assoluta la si nega. Senza però riconoscere che questo significa cambiare totalmente approccio e concordare, agli antipodi di quanto si è sbandierato da decenni e decenni, che una libertà indiscriminata è esorbitante e pericolosa. Al punto di richiedere degli argini preventivi, finalizzati a consolidare una determinata e vincolante visione valoriale.
Proprio come farebbe il vituperatissimo “Stato etico”.
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