Di: Gerardo Valentini
Non ci sono scuse, e nemmeno attenuanti, nella debacle elettorale che ha appena travolto i repubblicani di Trump. E innanzitutto proprio lui in prima persona: lui che a fine ottobre aveva detto “Votate come se sulla scheda ci fosse il mio nome…”, avvicinando ancora di più le votazioni a un referendum sul suo operato.
Poi, dopo il disastro ad amplissimo raggio che ha regalato ai Democrats una poderosa maggioranza sia alla Camera sia al Senato, per non parlare dei governatori di alcuni Stati tradizionalmente schierati dalla parte opposta, ha provato a ribaltare la questione con uno dei suoi tipici e grotteschi comunicati ufficiali: “Il mio nome non era sulla scheda. Se lo fosse stato, avremmo vinto CON UNA VITTORIA SCHIACCIANTE!” Grazie per l’attenzione dedicata a questa questione. Presidente DONALD J. TRUMP».
Una capriola grossolana e indecorosa. L’ennesima. Una girandola di fughe in avanti e di inversioni repentine in cui il moltiplicarsi degli episodi, così ripetuti e sbracati da farne una prassi (intrisa di compiacimento, per di più), non li riduce a cattiva abitudine ma attesta che ci troviamo di fronte a un vizio fatale. Un abuso continuo e sguaiato del suo ruolo di vertice. Talmente eccessivo, nei modi e nella sostanza, che si farebbe fatica a ritenerlo credibile, se non fosse che è del tutto reale.
In un romanzo o in un film indurrebbe a storcere il naso, facendo sprofondare il racconto in una satira esagerata, ai limiti dell’assurdo e anche oltre. Okay esasperare i caratteri, per sottolinearne le distorsioni, ma mantenendo almeno un filo di verosimiglianza…
Un insopportabile gradasso
Trump, invece, è proprio così. Un tizio che già da imprenditore (o per meglio dire da speculatore) aveva mostrato una natura inquietante e spregiudicata al sommo grado, ma che aveva suscitato grandi aspettative come leader del movimento MAGA. Nel presupposto, assai ottimistico e purtroppo infondato, che due fattori prettamente politici compissero il miracolo di rigenerarlo e di renderlo una persona migliore.
Da un lato, che l’investitura popolare lo portasse a sentirsi più responsabile e conscio della sua funzione pubblica. Dall’altro, che la sacrosanta avversione per la “poltiglia progressista” ne riscattasse i metodi da tycoon senza scrupoli e le vanità da ex bellimbusto della jet society newyorchese.
Pura illusione.
Tornato alla Casa Bianca, con le elezioni del 2024, Trump ha fatto della presidenza il suo trono privato, in una deriva egocentrica via via più grave e fuori controllo.
Ottenuto un potere spropositato, non ha mai smesso di esibirlo e di autoincensarsi, nel tentativo di far apparire le contraddizioni e le bugie quali altrettante dimostrazioni di forza. Come se la coerenza e la cautela fossero fisime inutili e persino deprecabili: il credito ricevuto dai cittadini che si espande a dismisura e diventa un’adorazione illimitata che li indurrà ad accettare, di buon grado o addirittura con la più entusiastica e ottusa delle fedi, qualsiasi decisione sballata e qualsiasi ripercussione negativa. A cominciare dalla guerra contro l’Iran, col pretesto di impedire a Teheran lo sviluppo di armi nucleari.
Al posto di un mandato a governare, in linea con ciò che si era promesso agli elettori, una delega in bianco a spadroneggiare. Ho detto una cosa e ne ho fatta un’altra? Don’t worry. Io sono il Capo assoluto e in quanto tale non devo sottostare a nulla e a nessuno.
Parliamo di mission?
L’errore di Trump… non è affatto un errore. È la sua natura. E dovrebbe innescare una riflessione generale che va molto al di là del suo caso specifico. Investendo eccome, per restare sulla scena statunitense, la galassia dei democratici: oggi raccolgono un successo enorme, grazie alla spocchia autolesionistica degli avversari e del loro Comandante Supremo, ma continuano a essere un aggregato molto eterogeneo, e alquanto caotico, di personalità diverse e di istanze disparate. Che come al solito deliziano i creduloni del Mischia-tutto-che-è-più-bello (vedi l’editoriale uscito su Domani, intitolato “I democratici resuscitano. Se le differenze sono un tesoro”) ma restano lontanissime da una sintesi complessiva: finché si tratta di realtà locali può andare bene che le varie comunità si diano assetti differenti, ma in ambiti assai più ampi, e figuriamoci nelle scelte del governo federale, i nodi vengono al pettine e le incompatibilità esplodono.
La parola-chiave è responsabilità: quando si elegge qualcuno, a maggior ragione se per una posizione apicale, si dovrebbe essere ben consci del fatto che il proprio voto si esprime in pochi secondi, mentre le sue conseguenze dureranno anni e potranno sfociare in scelte strutturali, o persino irreversibili.
Ma la responsabilità, a sua volta, non può che poggiare su una consapevolezza di rango superiore. Se vai a simpatie, e a news in formato fast food, hai eccellenti probabilità di sbagliare. Viaggi sul filo dell’emotività e ti sembra che quelle sensazioni intense siano un’ottima bussola, mentre è vero l’esatto contrario: dovresti fermarti e ragionare. Per ragionare dovresti approfondire. O addirittura (oh miodio!) studiare.
Applicato agli Stati Uniti, sia per chi ci vive, sia per noi che ne subiamo i condizionamenti e i diktat dal 1945 in avanti, significa mettere a fuoco le sue finalità “di sistema”. Se fosse un’azienda, parleremmo di “mission”. E dopo averla identificata ci concentreremmo sulle strategie con cui si mira a concretizzarla.
Oggi il problema per eccellenza sembra Trump, ma la sua è solo la versione macroscopica di un’estraneità – rispetto agli interessi europei e alla nostra stessa cultura plurimillenaria – che può assumere tante altre forme. Magari meno smaccate ma non per questo meno virulente e nocive. Ve la ricordate, sì, la democrat Victoria Nuland e il suo cristallino “Fuck the Eu”, letteralmente “l’Unione Europea si fotta”?
Trump è una sorta di immagine ingrandita e spudorata. Con l’unico merito di aver reso più che mai manifesta l’essenza degli USA come superpotenza globale che non esita a scaricare gli alleati divenuti ingombranti e non più vantaggiosi. O non più vantaggiosi come prima.
Giunto al suo secondo mandato, la sua sicurezza è diventata arroganza. L’arroganza protervia. Donald Trump ha confuso la presidenza con l’onnipotenza.
Le elezioni di Midterm gli hanno presentato il conto.
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