Di: Gerardo Valentini
Il florilegio non è nostro: è di Repubblica.
Il florilegio è il seguente.
«Un appassionato di respingimenti che viene respinto. Non so se si autoconfinerà in Albania a questo punto», sferza la segretaria del Pd Elly Schlein. «Non ci meritiamo figuracce del genere» dice Matteo Renzi di Iv. «Legge del contrappasso» ironizzano i leader di Avs Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, mentre il presidente dei 5S Giuseppe Conte attacca: «Rimandiamo a casa Almasri, uno stupratore di bambini e un nostro ministro viene respinto come illegale».
Ah ah ah.
Vi siete sbellicati? Avete colto la finezza di queste esilaranti battute? Siete quasi tentati di dare il vostro voto a degli spiriti così brillanti, capaci di sfornare, e per di più all’istante, cotanti lampi di sarcasmo?
Forse sì, forse no. Ma quali che siano le vostre reazioni, bisogna chiarire subito una cosa: questa rappresentazione è semplicemente falsa. Perché Piantedosi non era in Libia a titolo individuale, ossia come rappresentante del governo Meloni, ma come membro di una delegazione UE. E perché a scatenare la reazione inviperita dei libici non è stato il nostro ministro degli Interni ma l’ambasciatore europeo, che si è impuntato su una questione di protocollo suscitando, di riflesso, le ire della controparte.
Ordinaria strumentalizzazione, si potrebbe replicare. Si isola il singolo aspetto, decontestualizzandolo e quindi travisandone la vera natura e l’effettiva portata, e su questa forzatura di partenza si imbastisce il resto. Con l’aggravante, che ormai è diventata una prassi abituale, di usare frasi stringate e toni sommari. Che oscillano tra il dileggio e l’indignazione, o che viceversa li mescolano insieme, ma che omettono quello che sarebbe davvero necessario: delle analisi degne di tal nome, che sicuramente hanno tutto il diritto di essere drastiche (e magari anche sarcastiche) ma a patto di poggiare su un requisito imprescindibile.
La correttezza dei presupposti. La verità oggettiva di ciò che è effettivamente avvenuto e contro cui ci si scaglia.
Trucca tu che trucco io
Il problema – il degrado – non riguarda solo i politici ma anche i media, più o meno faziosi, che li appoggiano in maniera sistematica.
Nel caso specifico, ad esempio, i titoli di prima pagina dei quotidiani schierati con l’opposizione giocavano tutti sulla medesima forzatura.
Repubblica: Schiaffo dalla Libia respinto Piantedosi.
Domani: Piantedosi respinto dalla Libia.
La Stampa: Europa e Piantedosi respinti da Haftar “Non è gradito, l’ingresso è illegale”.
Il Manifesto, a sua volta, adottava lo stile meno standardizzato che gli è proprio ma sempre lì andava a parare: un titolo-calembour, “Foglio di via”, piazzato sopra di una grande foto del solo Piantedosi, mentre al di sotto c’era un sommarietto che recitava “Espulso da Bengasi per «gravi violazioni del protocollo e della sovranità nazionale». Il ministro Piantedosi vola in Libia insieme ai colleghi di Grecia e Malta e al commissario europeo Brunner per fermare i migranti. Ma questa volta a essere rimpatriato è lui”.
La costante, come si vede, è il tentativo di far credere che il personaggio chiave della vicenda sia appunto Piantedosi. Lui il bersaglio principale dell’attacco libico e quindi, per estensione, insieme a lui il governo Meloni.
È giornalismo, questo? O è propaganda, capziosa, che sconfina nella mistificazione deliberata?
Contro i nemici, ma a danno di tutti
Ribadiamolo: non è in discussione il diritto di critica, persino nelle sue forme più affilate e feroci, bensì l’alterazione dei fatti allo scopo di creare delle premesse fuorvianti sulle quali imperniare l’attacco di turno.
Una condotta ingannevole che non ha nulla di casuale e che non è solo scorretta nei confronti degli avversari politici, ma anche (e forse soprattutto) a scapito della qualità generale dell’informazione mediatica e del dibattito pubblico. Nonché degli stessi lettori di quella particolare testata, a meno che non siano degli ottenebrati smaniosi solo di darsi ragione a priori, anziché documentarsi e ragionare.
Insomma: okay la requisitoria, con tutte le risorse dialettiche possibili e immaginabili. Ma a condizione che gli avvenimenti in questione siano veritieri: altrimenti si tratta, come dire, di “falso in atto mediatico”.
Mediatico e, in parallelo, anche politico.
Sessanta milioni di tifosi…
Questo degrado, beninteso, non è un’esclusiva dell’opposizione e di chi le dà manforte nei giornali o in tv. Il fenomeno è purtroppo trasversale e quanto mai diffuso.
La logica perversa è la solita: lo fanno gli altri, lo facciamo anche noi. La prassi si consolida, espandendosi a macchia d’olio e sfociando in una corsa reciproca a chi infama di più, e dopo un po’ non si può nemmeno risalire a chi abbia cominciato.
Quello è l’andazzo e a quello ci si attiene. Al posto delle “regole del gioco”, che dovrebbero portare al prevalere di chi è più bravo (ovvero con ragioni migliori e una maggiore capacità di comunicarle ai cittadini), ogni sorta di colpi bassi con l’obiettivo prioritario di screditare i rivali. Che per lo più sono quelli della coalizione opposta, nel classico schema centrodestra/centrosinistra, ma che all’occorrenza possono essere interni al proprio stesso schieramento. O presunto tale, vedi gli attriti continui tra Conte e Schlein oppure, su scala ridotta e in versione grottesca, tra Calenda e Renzi.
Gli effetti negativi sono evidenti. Ma può essere utile sottolinearli in modo esplicito: la capacità di riflessione è in caduta libera ed è sostituita dalla ripetizione a oltranza dei rispettivi stereotipi. Ridotto all’osso: noi siamo meravigliosi, loro fanno schifo.
Senonché, parafrasando il noto adagio, “sessanta milioni di tifosi fanno un Paese di coglioni”.
Ecco: è questo a cui dovremmo lavorare tutti, indipendentemente dalla nostra vocazione conservatrice o progressista. A rigenerare lo scontro politico-mediatico depurandolo del ciarpame che vi si è incrostato sino a sommergerlo.
Ognuno sulla sua barricata, ma affrontandosi con spade (metaforiche) scintillanti, invece di gettarsi addosso uova marce e liquami maleodoranti.
Leggi anche:
Referendum: uso improprio di armi democratiche