Di: Gerardo Valentini
Che guaio, quando parti dalla fine. Sai quello che desideri ma non sai come ottenerlo. Oppure lo sapresti, in astratto, ma c’è uno spiacevole dato di fatto su cui ti incagli: ti mancano i mezzi necessari per raggiungere lo scopo.
Fuor di metafora: sei all’opposizione e muori dalla voglia di tornare al governo. Sai cosa ti servirebbe: una coalizione coesa, un programma condiviso (davvero condiviso: non per il tempo di un’elezione locale o di un’occasione specifica come il referendum su un singolo tema) e soprattutto una figura autorevole e attraente che induca i cittadini a ritenerla affidabile. Prima come guida dello schieramento che sfida la maggioranza uscente. E poi, in caso di vittoria, come guida dell’Esecutivo.
Sai cosa ti servirebbe. Eccome se lo sai. Però non ne disponi.
L’alleanza traballa. Il programma è tutto da definire. Al posto del leader… c’è un posto vuoto. Che non si sa come riempire.
Il cosiddetto “campo largo”
Dovrebbe essere una coalizione. È solo una coabitazione. Forzata. E tutt’altro che armoniosa.
Della serie: ci hanno cacciati in periferia e siamo costretti a condividere gli stessi spazi. Ogni tanto ci sorridiamo, più spesso ci guardiamo in cagnesco. O quantomeno con sospetto. In attesa della riunione di condominio, o di comprensorio, in cui regoleremo i conti.
Chi ha più “millesimi”? Il PD. Può decidere da solo? No, certo che no. Che gli piaccia o non gli piaccia dovrà venire a patti con gli altri. E specialmente con quell’avvocato che è arrivato da non moltissimo. Sempre un po’ sfuggente e indecifrabile. Però abile. Se no, non sarebbe dov’è. Trasformandosi in pochissimi anni da emerito sconosciuto a capo assoluto. Facendo fuori il boss precedente, l’ex comico di successo, ridotto da guru venerato a ingombro da rimuovere.
La (solita) fiera delle buone intenzioni
Dovrebbe esserci un programma. Approfondito e innovativo. C’è solo una caterva di polemiche, più o meno pretestuose.
Il filo conduttore è cercare di screditare Giorgia Meloni e i suoi alleati, oscillando tra i massimi sistemi (miodio, vogliono distruggere la Costituzione) e i gossip di quart’ordine (che diamine, inneggiano alla famiglia e poi ci sono i ministri con le amanti).
La carenza di idee originali ha motivazioni profonde, che del resto riguardano la quasi totalità del ceto politico occidentale. Troppo infestato di opportunisti per dare spazio alle intelligenze davvero libere che antepongono la verità alla convenienza.
In circostanze normali questo degrado tende purtroppo a sfuggire, grazie al fatto che moltissimi confondono ciò che è abituale con ciò che è giusto, o ciò che è consolidato con ciò che è inevitabile. Di fronte agli sconvolgimenti planetari che stiamo attraversando, invece, salta più che mai all’occhio.
Tutto intorno il vecchio ordine mondiale cade a pezzi e di analisi realistiche e lungimiranti non se ne vede neanche l’ombra. Ma siccome qualcosa bisogna pur dire ci si rifugia nel rimpianto del diritto internazionale che si sgretola. E pazienza se anche prima era più che altro una messinscena: alcuni vantaggi li assicurava comunque, a patto di non interferire con chi tirava i fili.
Il leader da inventare
Se il copione è tutto da scrivere (anzi da pensare, e non si vede chi sia in grado di farlo realmente, tra questi eterni ruminatori dell’ovvio) l’altro problema irrisolto è l’attore protagonista. La “star” che dovrebbe riscaldare i tiepidi e recuperare i dispersi.
Il panorama dei capi di partito, nonché delle seconde linee che aspirano a salire di grado, è quello che è. Inutile cercare disamine acute e di grande respiro. Il loro catechismo è il mazzetto di luoghi comuni del progressismo liberale. Il loro orizzonte è il commentino di giornata, da scandire nella speranza che il puntiglio venga scambiato per fermezza e la brevità per acume.
Hanno imparato un mestiere e si sono convinti che basti.
Hanno acquisito degli schemi e li ripetono a oltranza.
Il limite, il vizio pressoché insuperabile, è che sono arrivati dove sono utilizzando certe accortezze: che ne hanno fatto degli esperti equilibristi del potere a scartamento ridotto, ma che sono agli antipodi di quella autonomia e di quel coraggio che sono propri alle grandi personalità.
I veri leader sono capaci di sintesi profonde ed entusiasmanti. I funzionari di partito che hanno fatto carriera sono capaci, tutt’al più, di piccole mediazioni. Mediazioni che, fin dal nome, rimandano a una generale – e irrimediabile – mediocrità.
L’amara verità è lampante, per chi non si sia talmente assuefatto agli standard attuali da non essere più capace di coglierla: i leader non si trovano soltanto perché se ne ha bisogno. E se davvero ce ne fosse almeno uno, di già pronto e credibile, non ci sarebbe da arrovellarsi tanto sul metodo da seguire per identificarlo.
Non è questione di procedure, ma di sostanza. Qualsiasi assemblea può convergere su un candidato unitario. Ogni kermesse a colpi di gazebo può scodellare un vincitore ed essere spacciata per una grande investitura popolare. E persino un’intesa, faticosa e litigiosa, raggiunta dietro le quinte si può celebrare come l’avvento del nuovo condottiero che tanto si attendeva.
Mezze figure ingigantite ad arte. Che mezze figure rimangono.
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