Ancora loro: i famigerati “parametri di Maastricht”. Che il governo italiano vorrebbe sospendere, per fronteggiare adeguatamente gli effetti negativi della guerra all’Iran. L’impennata dei prezzi dei carburanti e, o prima o dopo, di innumerevoli altri beni.
Per ora i prezzi. In prospettiva le incombenti difficoltà di approvvigionamento. Che adombrano addirittura il terrificante scenario di una carenza talmente massiccia, e persistente, da far inceppare l’economia globale. Sprofondandola in una recessione che durerebbe chissà quanto. E sempre ammesso, poi, che le tensioni attuali non sfocino in una guerra mondiale vera e propria: non più quella “a pezzi” di cui parlò Papa Bergoglio a più riprese e già a partire dal 2014, con le decine e decine di conflitti locali a varia intensità, ma la sua versione esplicita e ad amplissimo raggio. Con un coinvolgimento diretto, e disastroso, delle superpotenze.
Senza spingersi così in là – ma anche senza adagiarsi nella speranza, pigra e illusoria, che in qualche modo si ritorni abbastanza rapidamente a una situazione stabile e “pacificata” – resta il fatto che i problemi ci sono già e che non svaniranno alla svelta.
Il peso attuale è gravoso e non si allevierà da un giorno all’altro: quand’anche lo scontro bellico si esaurisse del tutto e venisse ripristinata la libera circolazione nel Golfo Persico, i danni causati agli impianti di estrazione e raffinazione del petrolio non saranno cancellati per incanto. Non è un interruttore che si gira e tutto torna com’era. È una distruzione su vasta scala che per essere riportata alla normalità richiederà tempi lunghi. Diversi mesi nelle previsioni ottimistiche. Un anno e oltre in quelle più caute. Per non parlare dei contraccolpi sui sistemi produttivi e sul tessuto sociale di moltissime nazioni.
E nel frattempo che si fa?
In attesa di scoprire cosa ci attende, però, non si può rimanere inerti ad aspettare gli eventi. Bisogna assumere subito tutte le contromisure possibili. E tra queste, come vorrebbe il governo Meloni, c’è appunto la sospensione del Patto di stabilità, ovvero dei succitati Parametri di Maastricht. Un’ipotesi che, al contrario, la Commissione Europea rigetta a priori.
Il commissario per l’Economia, il lettone Valdis Dombrovskis, lo ha detto chiaramente. O brutalmente.
«Per sospendere il patto occorre che ci sia una grave crisi economica nell’eurozona o nell’UE nel suo complesso, e non ci troviamo in questa situazione». Nonostante quello che sta accadendo «riteniamo che le regole attuali forniscano l’equilibrio necessario per tenere i conti sotto controllo e stimolare gli investimenti». E perciò «non ritengo che ciò che ci frena sia il quadro di regole».
In apparenza si presenta come una fermezza super partes: gli stessi criteri valgono per tutti e non sono consentite eccezioni particolari, e men che meno unilaterali, perché a risentirne sarebbe l’intera impalcatura dell’Euro. Mettendone a repentaglio la solidità strutturale.
La realtà è parecchio diversa. Fin dall’origine si sono stabiliti dei rapporti numerici che erano essenzialmente dei valori convenzionali, finalizzati a conferire una veste oggettiva a impulsi di natura politica.
La forma aritmetica e la matrice economica davano la parvenza di scelte puramente tecniche, o persino “scientifiche”. Le finalità implicite, e inconfessabili, consistevano nell’ingabbiare i singoli governi in un recinto specifico e stringente, dal quale non fosse più possibile uscire.
Indirizzandoli, coattivamente, verso modelli prestabiliti e pressoché inderogabili.
Regole di nome, catene di fatto
Come molti ricorderanno, i Parametri di Maastricht vennero fissati nel 1992 in vista dell’istituzione dell’Euro.
Come è doveroso sottolineare, da allora in poi non sono più stati riconsiderati in maniera approfondita e strategica, allo scopo di valutare se quelle percentuali fossero davvero così giustificate da rimanere immutabili. A fronte di condizioni che invece mutavano eccome.
Non è solo questione di anni, che comunque sono ormai quasi 35, ma di cambiamenti sopravvenuti nel quadro politico ed economico dell’intero pianeta. E con massicce ripercussioni anche qui in Europa.
Cambiamenti che spesso, e al massimo grado in queste ultime settimane segnate/sconvolte dalla guerra contro l’Iran, hanno il carattere traumatico dei sommovimenti inaspettati e fuori dal nostro controllo. Repentini per un verso e profondissimi per l’altro. Con un forte impatto nell’immediato e uno ancora più poderoso in futuro.
L’Unione Europea, purtroppo, conferma i suoi vizi abituali. Per non dire costitutivi. È aggrappata ai suoi schemi consolidati e questa rigidità, che non è meramente burocratica ma ha motivazioni ben più complesse e tutt’altro che accidentali, la rende troppo lenta nell’affrontare le turbolenze inattese.
La nostra maggioranza di governo fa benissimo ad auspicare un maggiore dinamismo sulla gestione del Patto di stabilità. Ma siccome è a dir poco probabile che tali auspici non saranno sufficienti – vedi la recisa contrarietà espressa da Dombrovskis – la questione successiva, e per nulla remota, è come tutelarci.
Il senatore leghista Claudio Borghi non ha dubbi. In un’intervista pubblicata il 13 aprile sul quotidiano La Verità arriva al punto in tre mosse. Con la prima incardina il ragionamento su una sacrosanta premessa: «Al contrario dell’Ungheria, l’Italia è un Paese “pagatore” nei confronti dell’Ue. Paghiamo per far parte del club, e quindi non dobbiamo avere paura di dire: facciamo il nostro interesse. Esattamente come la Francia, che quest’anno è al 5,1% di deficit. È ora di smetterla di avere un atteggiamento sottomesso».
Con la seconda fissa a chiare lettere la tabella di marcia: «Il Patto di stabilità è una questione strettamente europea. Una volta ottenuto il sì, con le buone o le meno buone, occorre per forza votare lo scostamento di bilancio per mettere a disposizione le nuove cifre da allocare».
Con la terza, infine, manda in pezzi il tabù che nulla è possibile senza l’assenso preventivo dei vertici UE. Il permesso europeo? «Se ce lo danno bene, altrimenti pazienza. Per noi va fatto lo stesso»
Suona tranchant. Potrebbe essere necessario.
Leggi anche:
Patto di stabilità UE: molto tecnico, più che mai politico
Manifesto di Ventotene: la Bibbia posticcia dei filo UE
Francia, Germania, Romania: i “fuorilegge” sgraditi alle élite