Rimpatrio degli immigrati illegali. Era ora, cara UE

Di: Gerardo Valentini

Un nuovo regolamento a livello europeo, peraltro solo presentato dalla Commissione presieduta da Ursula von der Leyen e dunque ancora ben lontano dall’essere operativo. 

I tempi sono impossibili da definire ma certamente non saranno brevi. E di sicuro saranno costellati da contrasti a non finire. Tanto di matrice nazionale, in base ai rispettivi interessi, quanto di carattere ideologico, a seconda dei vari gruppi e delle relative finalità in chiave propagandistica ed elettorale. 

Atteniamoci al progetto, comunque. Il nuovo Regolamento si propone di rendere efficace ciò che efficace non è. O lo è molto poco. Molto, troppo poco.

Le percentuali odierne, infatti, parlano di appena un quarto di rimpatri effettivamente eseguiti. Ovvero, come è ovvio ma come può valere la pena di sottolineare, di tutti gli altri (tre su quattro!) che se ne restano imperterriti qui da noi. Sono arrivati senza autorizzazione. Senza autorizzazione ci si fermano. 

Anche quando le maglie larghissime delle normative pro migranti non portano alla “regolarizzazione” dello straniero di turno – per manifesta mancanza dei presupposti o addirittura perché si tratta di delinquenti conclamati, o di estremisti in odore di terrorismo – il raggiungimento dell’obiettivo non è affatto scontato. Il decreto di espulsione c’è. La sua effettiva esecuzione no. 

Vuoi per un motivo, vuoi per un altro, vuoi per deliberata e strisciante contrarietà politica, vuoi per difficoltà logistiche e ordinaria inefficienza da parte delle pubbliche istituzioni che se ne dovevano occupare, in una miriade di casi i soggetti destinati alla partenza non ripartono per niente.   

Con un’ulteriore aggravante, che tende a vanificare il tutto. 

Sul piano tecnico, infatti, le rispettive posizioni sono state vagliate e sono giunte all’epilogo, con esito negativo. In apparenza, la questione è stata gestita e risolta. Nella realtà, invece, l’iter si è impantanato in un nulla di fatto. 

Completato in teoria, inevaso all’atto pratico.

Effetti drammatici. E a doppio taglio

Parliamo di centinaia di migliaia di persone che finiscono in una sorta di limbo. Solo in Italia, nel decennio 2013-2022, i dati ufficiali attestano che a sfuggire ai provvedimenti di rimpatrio sono stati quasi duecentomila. Finendo in una sorta di limbo. 

Non dovrebbero essere qui e invece ci sono. Le autorità si sono già espresse e quindi viene a mancare l’impulso a riaprire i fascicoli. Le centinaia di migliaia del nostro Paese diventano, su scala continentale, milioni e milioni. 

Fantasmi per un verso. Presenze concrete per l’altro. Concrete e nocive, per come vanno ad alimentare le diverse forme di illegalità. Da quella subita a quella messa in atto.

Facili prede del lavoro nero, quando siano individui fondamentalmente onesti. Oppure coscritti della piccola e grande criminalità, se la loro indole è quella o se vi sono spinti dalla mancanza di risorse.

Fenomeni che sono palesemente inaccettabili e che come tali andrebbero affrontati, fino a debellarli o a ridurli, quantomeno, ai minimi termini. Fenomeni che al contrario sono stati tollerati. O addirittura assecondati.

Ricordandoci, semmai ve ne fosse bisogno, che al cuore del problema ci sono delle scelte prettamente politiche. 

Una mossa tattica, non strategica 

La cosa giusta sarebbe un ripensamento generale. Ivi incluso quel “diritto d’asilo” che venne statuito negli anni Cinquanta, quando era un’agevole affermazione di principio dalle conseguenze assai ridotte.

Ma non c’è da illudersi. La portata degli interventi è limitata ai rimpatri e prevede le immancabili cautele a favore dei destinatari. Innanzitutto, sono esclusi i minorenni non accompagnati e le famiglie con minori. Inoltre, il ritorno nelle nazioni d’origine, o eventualmente in un Paese terzo con cui si siano stretti degli accordi ad hoc, è subordinato al fatto che sia garantito “il rispetto dei diritti fondamentali delle persone interessate”.

La principale innovazione, perciò, è di carattere operativo. Allo scopo, dichiarato, di pervenire finalmente a una gestione davvero comunitaria, visto che “l’attuale mosaico di 27 diversi sistemi nazionali di rimpatrio, ciascuno con il proprio approccio e le proprie procedure, compromette l’efficacia dei rimpatri a livello Ue”.

Indubbiamente un passo avanti, rispetto allo scaricabarile che ha imperversato finora, ma non l’avvio di un cambiamento di rotta. 

L’approccio generale resta il solito. Ed è a dir poco probabile che l’iniziativa della Commissione UE sia di tipo opportunistico. Un tentativo di attenuare il malcontento popolare che sta dando una forza crescente alle formazioni politiche di destra, più o meno estrema, mostrando/esibendo un rinnovato impegno ad agire concretamente.

Anche se poi questo ritrovato attivismo non va al di là del minimo indispensabile: rendere effettivi dei provvedimenti già presi, di carattere individuale e imperniati sulle regole attuali, notoriamente lassiste.

Il quadro complessivo resta il medesimo. La “correzione”, ammesso che si realizzi su vasta scala, si ferma a un aspetto collaterale. Non proprio irrilevante, ma pur sempre secondario.  

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