Di: Gerardo Valentini
Bella cosa, il principio dell’equilibrio dei poteri: il Parlamento fa le leggi, il Governo le utilizza come base per delle misure concrete e la Magistratura controlla che tutto questo non violi delle norme preesistenti. Da quelle interne, ordinarie e costituzionali, a quelle internazionali, a livello UE e persino oltre, come nel caso dei (cosiddetti) diritti universali.
Bella cosa, in teoria. Ma poi c’è la pratica. E nella pratica, come attestano innumerevoli casi, a cominciare dal contrasto all’immigrazione illegale, quel benemerito equilibrio rimane un’affermazione astratta e si traduce in un conflitto permanente. Strisciante finché non emerge. Dirompente quando infine divampa.
Certi magistrati espandono a dismisura i loro compiti di sorveglianza e invadono la sfera delle decisioni prettamente politiche. Per un motivo tanto evidente quanto sottaciuto, negato, rimosso: siccome non le condividono, in termini a loro volta politici, fanno tutto quello che possono per scovare un appiglio giuridico che permetta di bloccarle.
Se si trattasse di individui isolati sarebbe ugualmente una questione da affrontare – e in effetti dovrebbe essere la stessa ANM a farlo, cogliendone i pericoli di discredito per l’intera categoria – ma come è noto siamo ben al di là. Gli episodi si ripetono e sono comunque abbastanza numerosi, e accomunati da orientamenti analoghi, da configurare un fenomeno di sistema e una opposizione pregiudiziale di natura ideologica.
La sorveglianza si trasforma in interferenza.
L’equilibrio è compromesso.
I sedicenti paladini della legalità continuano a proclamarsi super partes. Ma non lo sono affatto.
Una strategia assidua. E precisa
Che i singoli magistrati abbiano le proprie idee politiche è inevitabile. Ma che debbano essere in grado di prescinderne, nell’esercizio delle loro funzioni, è doveroso.
Così come lo è, ancora prima, riconoscere l’esistenza del problema. La tentazione di forzare certi dettami di carattere generale, dalla nostra Costituzione alle convenzioni sovrannazionali, per adattarli a ciò che si preferisce. Trascurando, per colpa o per dolo, per afflato morale o per calcolo cinico, il rischio intrinseco delle affermazioni ad amplissimo raggio e a fortissima carica ideale: interpretarle in maniera talmente estensiva da cozzare con la realtà effettiva delle vicende umane. Che sono appunto il campo d’azione delle attività di governo.
Questo discrimine, flessibile per un verso ma indispensabile per l’altro, va fissato con estrema lucidità.
La verifica della legalità delle nuove norme e dei provvedimenti amministrativi non deve mai spingersi così in là da imprigionare l’autonomia della politica nella gabbia di un’etica altisonante ma inverosimile. E in fin dei conti capziosa. Sino a indagare come reati da criminalità comune degli atti di governo, discutibili quanto si vuole ma imperniati su finalità di carattere pubblico, anziché su quel vantaggio personale che è la matrice essenziale del delinquente.
Vedi, per citare solo un esempio, la pazzesca accusa di sequestro di persona scagliata contro Salvini, all’epoca ministro degli Interni, per aver impedito lo sbarco a Lampedusa dei migranti a bordo della Open Arms.
Il disegno è preciso. E tutt’altro che occasionale. Ciò che non si è raggiunto nelle urne, ottenendo il consenso popolare necessario per governare, si cerca di strapparlo a colpi di sentenze. O anche solo di procedimenti aperti di slancio e poi trascinati, grazie alle solite lungaggini degli iter giudiziari, per chissà quanti anni.
Azioni di disturbo, come minimo. Rallentamenti pretestuosi ma efficaci e prolungati. I proverbiali bastoni nelle ruote. Sperando che nel frattempo la maggioranza di governo cambi. E a Palazzo Chigi tornino gli “amici e compagni” con cui si è d’accordo.
La riforma, per cominciare
Chiaro: una ragnatela di questa vastità non la si può certo eliminare da un giorno all’altro. Ma intanto si incide su due ambiti cruciali. Sia per produrre degli esiti specifici, sia per mandare un segnale complessivo.
Il primo bersaglio sono le correnti. Che hanno un ruolo decisivo nell’elezione del CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura previsto dall’art. 104 della Costituzione. Poiché due terzi dei componenti vengono scelti attraverso il voto di “tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie”, le correnti lavorano per ampliare il numero dei propri aderenti e per incanalarne i consensi sui candidati preferiti.
Che cosa ciò comporti è lampante: se non fai parte di nessuna fazione resti fuori dai meccanismi del potere. Se ne fai parte non puoi non assecondarne le logiche di appartenenza. Risultato: il decantato autogoverno si risolve nel gestire le valutazioni dei singoli e nell’influenzarne i percorsi professionali, dai trasferimenti alle promozioni (a chi ne avesse bisogno, si consiglia un ripassino del caso Palamara).
L’altro intervento, strutturale, è la separazione delle carriere, distinguendo in via definitiva e preliminare tra funzione requirente e giudicante. Ovvero, per dirla in maniera spiccia e un po’ approssimativa, tra chi sostiene la pubblica accusa e chi ne valuta le richieste.
È un toccasana che elimina le patologie esistenti? No. Però aiuta a distinguere le due figure, evidenziando la terzietà del magistrato che emette la sentenza: non più un collega del pm, con il quale in futuro si potrebbe ritrovare a parti invertite, ma il membro di un ordinamento distinto, benché incardinato sul medesimo scopo della verità processuale.
E in futuro, magari…
Per ora, insomma, bene così. Due correttivi sostanziali sono stati apportati e noi cittadini potremo avallarli attraverso i referendum confermativi.
Sperando, tra l’altro, che il sostegno popolare serva anche a spianare la strada a un ulteriore e importantissimo obiettivo: la responsabilità civile dei magistrati che non svolgono adeguatamente il loro lavoro.
La lunghissima lista degli errori giudiziari che hanno danneggiato degli innocenti – dalle inchieste azzardate e che sono sfociate in assoluzioni tardive, sopraggiunte dopo interminabili e costose odissee, alle condanne immotivate che hanno tenuto in carcere per anni o per decenni delle persone incolpevoli – è lì a reclamare attenzione. Ripensamento. Autocritica.
Invece non se ne è vista neanche l’ombra, da parte dei diretti interessati.
E allora, se non provvedono loro stessi, non potrà essere che il Parlamento a doversene occupare. Perché la separazione dei poteri ha un limite fondamentale: gli abusi commessi da chi stravolge l’autonomia, sacrosanta, per farne l’architrave, odioso e imperdonabile, della propria impunità.
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Ma saranno proprio “sicuri-sicuri”, quei Paesi sicuri?