Di: Gerardo Valentini
I sondaggi dicono Acquaroli. Pressoché all’unanimità e con uno scarto medio di tre punti e mezzo sul principale avversario, il PD Matteo Ricci. Nel loro insieme, dunque, l’indicazione generale è omogenea quanto netta: se il voto di domenica e lunedì confermerà quelle intenzioni di voto la vittoria del centrodestra sarà stata, appunto, una vittoria annunciata.
Per avere la meglio, del resto, non c’è nemmeno bisogno di ottenere subito la maggioranza assoluta dei suffragi. Nelle Marche non è previsto il doppio turno e chi si aggiudica il primo round si assicura immediatamente il governo della regione.
Certo: i sondaggi non sono il vangelo. Anche perché bisognerà vedere sia quale sarà l’affluenza alle urne, che nel 2020 si fermò alle soglie del 60%, sia l’orientamento di chi andrà o non andrà a votare. In altre parole: chi si attiverà in maggior numero, nelle folte schiere degli astensionisti? Quelli pro Acquaroli o quelli favorevoli a Ricci?
Vangelo o non vangelo, nel centrosinistra la preoccupazione c’è eccome. Anche se poi si cerca di controbilanciarla con un mix di autoassoluzioni preventive, per la probabile sconfitta, e di ottimismo esibito, nella speranza che alla fine, chissà come, le previsioni della vigilia possano essere ribaltate.
Cominciamo dalle autoassoluzioni. “Davide contro Golia” scrive ad esempio Il Fatto Quotidiano: e il messaggio sottinteso (o se preferite strisciante) è che il Davide/Ricci non è solo il piccolo che sfida il grande ma anche il buono che combatte il cattivo.
Quanto alle esibizioni di ottimismo, è lo stesso Ricci a sciorinare le acrobazie dialettiche sulle quali poggia, si fa per dire, il ragionamento.
«L’astensionismo? Gioca più contro di loro: i nostri sono più motivati ad andare a votare. Se scatta la mobilitazione e il confronto con Acquaroli, vinco».
Wishful thinking, dicono gli anglofoni. Pensi quello che desideri. Metti le ipotesi al posto delle certezze: e te le fai bastare.
Pd & soci: la coalizione dei “se”
È un problema solo di Ricci? Manco per sogno. L’abitudine a non fare i conti con la realtà, rifugiandosi invece nelle elucubrazioni su degli scenari ipotetici e zeppi di variabili tutte da verificare, è tipica del PD e dintorni.
Se succede questo, se accadrà quest’altro… e via affastellando condizioni immaginarie. Oppure, ma i fenomeni sono connessi, scambiando l’episodio specifico con l’anteprima della riscossa a tutto campo.
Vedi, per restare in tema di Regionali, la vittoria di Alessandra Todde in Sardegna. Siccome lì la coalizione con il Movimento 5 Stelle ha funzionato, allora produrrà lo stesso esito anche altrove. Anzi: ovunque. Sia in ambito locale che su scala nazionale.
Una propaganda frettolosa e mal congegnata che alla lunga diventa un boomerang.
Di per sé tende alla manipolazione altrui, gonfiando a dismisura ciò che va a proprio vantaggio e ignorando ciò che contraddice la messinscena. A forza di crogiolarsi nelle versioni di comodo si trasforma in un autoinganno. Che allontana dalle analisi veritiere e finisce con l’atrofizzare la capacità stessa di elaborarle.
Non solo. La perdita di lucidità si somma all’altro abbaglio fondamentale della “sinistra e giù di là”: la convinzione dogmatica che le destre siano talmente inferiori – sotto ogni punto di vista dalla cultura alla morale, dalla competenza amministrativa alle relazioni estere – che se il consenso popolare le premia è evidentemente frutto di un equivoco. Malaugurato ma momentaneo.
Tranquilli, amici e compagni: il popolo riaprirà gli occhi e noi trionferemo.
E Gaza cosa c’entra?
Torniamo alle Regionali delle Marche. Dove, vale la pena di ricordare, il governo del centrodestra è arrivato solo nel 2020, dopo che per venticinque anni era stato un’esclusiva dello schieramento avversario. Capitanato proprio dal PD.
In pratica un monopolio, da quando nel 1995 si è passati all’elezione diretta del presidente. E anche prima, in effetti, era stato tutto un alternarsi di uomini della DC e del PSI, sostenuti da coalizioni mutevoli ma che con la destra non avevano nulla a che spartire.
Ricci e i suoi, adesso, puntano il dito su “un progressivo declino in molti indicatori di sviluppo economico-sociale”. Come se in precedenza le cose andassero magnificamente e la responsabilità del peggioramento, quindi, sia da addossare in blocco alla nuova maggioranza.
Un’accusa, beninteso, che Acquaroli rigetta in toto. In apertura del suo programma elettorale lo si dice chiaramente: “Cinque anni fa, le Marche vivevano una crisi profonda. Non solo nelle infrastrutture, nella sanità e nell’economia, ma soprattutto nella fiducia collettiva. Una regione ferita dal terremoto, trascurata dalla politica, indebolita da decenni di squilibri territoriali, attraversata da un crescente senso di disaffezione. La precedente giunta, nel 2018, aveva accolto la retrocessione da ‘regione sviluppata’ a ‘regione in transizione’ come un’opportunità per accedere a maggiori fondi europei”.
Come si vede, interpretazioni opposte. Che le difficoltà ci siano è un fatto; che sia stata la giunta uscente ad averle causate è risibile. Se il territorio è locale, infatti, è indubbio che abbia subìto i contraccolpi delle crisi di ben più vasta portata che si sono succedute via via. Dalle pesantissime ripercussioni del Covid (ovvero della sua gestione da parte dei governi Conte 2 e Draghi) alle tensioni internazionali, a cominciare dalla guerra in Ucraina e dai suoi effetti deleteri sull’economia. Ivi inclusa la nostra.
Su tutto questo Ricci & C. sorvolano. Ma è una miopia a senso unico. Degli scenari ad ampio raggio se ne infischiano, quando servono a capire le dinamiche rovinose in cui anche le Marche sono state coinvolte di riflesso. Viceversa, li tirano in ballo se possono portare acqua al loro mulino.
Indovinato, vero?
Per dare addosso ad Acquaroli, lo si associa al governo nazionale di Giorgia Meloni. Ovvero a ciò che Palazzo Chigi ha fatto, o non fatto, riguardo ai massacri di Gaza.
Durante il comizio di chiusura della sua campagna elettorale, Ricci ci si getta a pesce. Sventola il bandierone palestinese e lancia il suo proclama: «Nel primo consiglio regionale, la prima cosa che faremo, sarà riconoscere lo Stato di Palestina, perché le Marche non saranno complici, non rimarranno in silenzio davanti ai crimini di Netanyahu, davanti al massacro di civili, donne, bambini, giornalisti, anche quando vanno a cercare acqua e cibo».
Tutti così sensibili e di buon cuore, quando la solidarietà non costa nulla e può servire a raccattare i voti che altrimenti non si avrebbero.
Leggi anche:
Campo largo: la politica ridotta ad aritmetica