Di: Gerardo Valentini
Tutto bene, nella magistratura italiana così com’è? Tutto limpido e alla luce del sole, dal funzionamento del CSM in giù?
Le domande fondamentali, ai fini del referendum che si terrà il 22 e 23 marzo, sono queste. Perché in entrambi i casi le risposte sono negative, a meno di volersi rifiutare di ammetterlo. E perché le novità che si vogliono introdurre mirano ad apportare dei correttivi ad ampio raggio. Rimuovendo, per quanto possibile, le cause che sono alla base di molte delle distorsioni emerse nel corso degli anni.
Anzi: dei decenni. Quelli che sono passati da quando, nel 1958, è stato istituito e disciplinato il suddetto CSM. Che era previsto dalla Costituzione ma che fino ad allora era rimasto in attesa di una normativa che lo concretizzasse. E che lo fece – attenzione – con una legge ordinaria, la 195 del 24 marzo.
In questo caso, invece, la riforma è complessiva e perciò ha dovuto seguire l’iter previsto per le modifiche alla “Suprema Carta”. Ottenendo l’approvazione parlamentare ma dovendo poi sottoporsi alla ratifica popolare. Che per noi è sempre un bene e che lo è ancora di più di fronte a temi di questo rilievo.
Vero: si tratta di questioni che sono anche tecniche, come è inevitabile in materie che non si prestano a semplificazioni sommarie tipo il divorzio nel 1974, ma non significa che sia impossibile comprenderne la sostanza e l’impatto. Al di là delle formule di rito c’è una realtà che ci riguarda tutti e nessuno dovrebbe tenersene lontano perché si sente estraneo e non in grado di valutare.
L’importante è afferrarne la logica. E la serie di articoli che comincia oggi vuole aiutare a riuscirci, chiarendo quali sono le patologie sulle quali si vuole incidere e come si pensa di curarle. O di iniziare a farlo, perché poi nessuna legge è di per sé è un toccasana e certe incrostazioni di lunghissima data, impastate come sono di ideologia e di potere, non possono svanire dalla sera alla mattina.
Primo: chiamare le cose con il loro nome
Mercoledì scorso Sergio Mattarella si è recato a presiedere il plenum del CSM, con una scelta che equivale a un appoggio esplicito visto che in precedenza non lo aveva mai fatto, per una seduta ordinaria.
A riconoscerlo è stato lui stesso, all’inizio del suo breve intervento di apertura: quella presenza «non è consueta» e «per quanto mi riguarda non si è mai verificata in undici anni».
Ma il passaggio più interessante è un altro. È quello in cui il Capo dello Stato – inneggiando al ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura e al rispetto che gli dovrebbe essere tributato dalle altre istituzioni (sottinteso: il Governo Meloni e in particolare il ministro della Giustizia Carlo Nordio) – ha sciorinato questa bella difesa d’ufficio.
Da un lato c’è l’ammissione che si tratta di un organismo «non esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche». Dall’altro lo si è accomunato, assolvendolo implicitamente, a qualsiasi altro esempio di gestione più o meno imperfetta. Sottolineando che «del resto, si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo all’attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario.»
Occhio alle parole: Mattarella parla di “difetti, lacune, errori”, risucchiando tutto nella categoria degli sbagli accidentali. Che in quanto tali rimangono secondari e comunque, per quanto ripetuti e legati dalle medesime cause, insufficienti a mettere in discussione la struttura nel suo insieme. Ovvero il suo assetto. Le sue procedure e ciò che esse consentono. O addirittura prefigurano scientemente, spianando la strada a strumentalizzazioni che non sono per niente degli inciampi occasionali ma dei meccanismi approntati ad hoc.
I cosiddetti “difetti, lacune, errori” sono in realtà ben di peggio: sono dei vizi.
Equanimi cultori del diritto? Non proprio
La chiave di questa degenerazione, o più brutalmente il grimaldello, sono le famigerate correnti. Che non sono un’opinione ma un dato di fatto. Con tanto di elezioni, percentuali e seggi.
Cesare Parodi, attuale presidente dell’ANM, l’Associazione Nazionale Magistrati, prova a minimizzare. In un articolo pubblicato il 14 febbraio sulla Stampa gioca con le cifre e scrive che “9.200 magistrati sono iscritti all’ANM (la quasi totalità) e solo 2.100 risultano iscritti formalmente alle singole correnti”.
Ma il punto non è avere o non avere la tessera. Bensì che cosa voti e, votandolo, che cosa rafforzi. Come d’altronde avviene per i partiti politici, con un’abissale distanza tra il numero degli iscritti e i suffragi raccolti nelle urne.
Insomma: le correnti esistono eccome e hanno un peso indiscutibile. Innanzitutto nel CSM ma non solo. Ciascuna con le sue connotazioni specifiche e un proprio orientamento. Di matrice politica o addirittura, senza girarci intorno, di stampo ideologico.
Nel proprio sito online, “Magistratura democratica” ricapitola così le circostanze, e le motivazioni, della propria nascita. Nell’ormai lontano 1964.
“All’inizio di quel decennio – caratterizzato da tanti fermenti di rinnovamento – inizia l’esperienza politica del centro-sinistra, con il suo carico di speranze: per quanto riguarda la giustizia è certamente Magistratura democratica che si fa interprete dell’esigenza di un suo radicale cambiamento. La prospettiva è quella dell’attuazione della Costituzione, uno slogan intorno al quale progressivamente si vanno aggregando aree culturali sempre più consistenti e alcuni settori politici, non solo dell’opposizione: dopo un lungo periodo di “congelamento” della legge fondamentale della Repubblica, forze sempre più consistenti ne reclamano la concreta applicazione.”
Alle solite: il vessillo che si agita è quello della Costituzione. Ma il vessillo è in realtà un paravento. Dietro al quale ci si nasconde per spacciare come oggettive delle posizioni che non lo sono affatto. E che a suon di sentenze hanno lo scopo, tutt’altro che disinteressato, di ostacolare/bloccare le decisioni politiche che non si condividono.
Sempre Mattarella, nel succitato intervento al CSM, ha sottolineato che quella sede «rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica».
Dev’essergli sfuggito qualcosa, dall’alto del Quirinale.
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