Strage di Cosenza: gli effetti dell’immigrazione selvaggia

Di: Gerardo Valentini

La tragedia di giornata passerà pure lei, come innumerevoli altre. Le condizioni drammatiche e illegali su cui si innesta continueranno più o meno come al solito: perché sono troppo radicate, e a loro modo convenienti, per riuscire a estirparle in tempi ragionevoli e in maniera capillare. Riducendole al crimine di alcuni, anziché alla prassi di molti. O di moltissimi.

Oggi inorridiamo, di fronte a ciò che le cronache ci mettono davanti. Ci indigniamo, ci chiediamo come sia possibile arrivare a questo livello di ferocia

Domani la nostra attenzione sarà calamitata altrove. Distolta. Deviata.

Oggi ci soffermiamo costernati di fronte ai resoconti di questa terribile uccisione plurima, con tanto di immagini catturate dalle telecamere di sorveglianza della stazione di servizio dove è avvenuto il massacro, che ha bruciato vive quattro persone bloccate all’interno di un veicolo. Tre afgani e un pakistano le vittime. Due pakistani gli esecutori. 

Migranti – come si usa dire per schivare la questione (e le ombre) dell’immigrazione non autorizzata – che tiravano a campare come potevano, ai margini della società e al di fuori delle leggi. I primi accettando le sofferenze e le umiliazioni di lavori molto prossimi alla schiavitù. I secondi praticando la sopraffazione spietata dei “caporali” che quei quasi-schiavi li organizzano e li comandano a bacchetta, ottenendo un compenso dalle aziende che se ne assicurano le prestazioni.  

Due comportamenti opposti, eppure simmetrici. Due facce dello stesso degrado. Dello stesso intreccio di perversioni economiche, per cui il profitto tutto spiega e tutto giustifica, e di scelte politiche scellerate, che in un ributtante miscuglio di ipocrisia e cinismo innescano situazioni insostenibili. 

La retorica che si accartoccia sulla realtà. 

La retorica dell’accoglienza e dell’integrazione automatica: vivendo qui gli stranieri, di qualsiasi provenienza e credo, diventeranno come noi. 

La realtà del lavoro sottopagato e della mancata disponibilità ad abbandonare la propria identità originaria, per trasformarsi in bravi cittadini occidentali. 

Un caso estremo, una patologia diffusa

Lo ha ammesso persino Massimo Gramellini, nella sua consueta rubrica sulla prima pagina del Corriere della Sera. Sia pure coi modi felpati che gli sono propri, ha riconosciuto che nell’approccio progressista c’è qualcosa che non va. E sui cui in tanti, “compreso me”, dovrebbero interrogarsi.

“La sensibilità dei fautori dell’accoglienza ha una gittata molto breve: si ferma sulla spiaggia. Una volta che il migrante è scampato alla morte, nessuno si preoccupa di dargli anche una vita.”

Esatto. Ma non ancora sufficiente per smascherare appieno la vera natura di questo umanitarismo di facciata. Che peraltro si salda a un’altra mistificazione di portata ancora più ampia: quella di una società che promuove il benessere generale della popolazione.

Le crescenti difficoltà di inserimento lavorativo, di stabilità reddituale e di tutto ciò che ne consegue, non sono affatto un problema che riguarda solo i migranti. L’ipocrisia aggiuntiva è fare finta che quelle possibilità ci siano, nella stragrande maggioranza dei casi, per chi è nato qui ed è italiano da sempre, in forza di una discendenza che si snoda di padre in figlio e che rende la nazionalità un’appartenenza profonda e connaturata, ben diversa dalla cittadinanza acquisita per via amministrativa.

Il vero sfondo da illuminare è questo: sono le trasformazioni imposte dalla competizione sfrenata del liberismo di matrice statunitense e da una globalizzazione affrettata e asimmetrica. Nonché dagli eccessi di una finanziarizzazione che ha risucchiato i capitali – ivi inclusi i risparmi delle persone qualsiasi – in ogni tipo di avventura speculativa, allontanandoli dagli investimenti nelle imprese produttive. E in particolare in quelle manifatturiere.

La schiavitù imposta a immigrati come quelli bruciati vivi nel cosentino è la manifestazione estrema di una tendenza che alligna, e dilaga, un po’ dappertutto. È la logica spietata del mercato (o per meglio dire del mercatismo) che pretende di avere ragione sempre e comunque. Anche quando i suoi “successi” esigono prezzi sociali crescenti. Via via più intollerabili. Via via più disumani.  

Le norme ci sono: i controlli molto meno

Sono passati poco meno di dieci anni, dal 29 ottobre 2016 in cui venne introdotta la legge n. 199. Che per dirla in breve metteva nel mirino il caporalato e il lavoro nero, ampliando e aggravando le disposizioni contenute nell’art. 603 bis del Codice Penale.

Come spesso avviene, però, una cosa è individuare in astratto i reati e le relative sanzioni, e tutt’altro è trasformare quelle previsioni in strumenti efficaci e risolutivi. 

Da un lato il fenomeno è amplissimo: stimato in oltre 3,1 milioni di lavoratori, impiegati soprattutto nell’agricoltura dove il tasso di irregolarità supera il 23%.

Dall’altro la rilevazione dei singoli casi resta comunque parziale e i processi che ne scaturiscono hanno, manco a dirlo, tempi lunghi ed esiti incerti. Le strutture ispettive sono puntualmente in affanno. Le procure giudiziarie annaspano come in tanti altri ambiti. E le condanne, quando finalmente arrivano, non sono così numerose e drastiche da fungere da deterrente per chi ancora non sia stato beccato.

Ma quello che bisogna chiedersi è se, e in che misura, questi limiti delle attività di indagine e repressione siano soltanto logistici e quanto, al contrario, rimandino a necessità di altro tipo. Necessità inconfessabili e tuttavia concrete, legate al contenimento dei prezzi di produzione in settori che riguardano beni di largo e larghissimo consumo, a cominciare dagli alimentari.

Anche sorvolando sulla scarsa crescita del Pil e sulla precarietà del lavoro specialmente giovanile, il dato di fatto è che i redditi salgono solo in termini nominali, con un’erosione incessante del potere d’acquisto. Per limitarci agli ultimi anni, dal 2019 a oggi, la perdita certificata dall’Istat è stata dell’8,6 per cento. E secondo altre rilevazioni è stata anche superiore. 

Quelle che crescono davvero, invece, sono le tendenze inflazionistiche. Sospinte dai costi dell’energia, in balìa di conflitti internazionali che sono fuori dal nostro controllo, e mai controbilanciate da un riequilibrio stabile, che porti a recuperare stabilmente gli incrementi accumulati in precedenza.

Certo: rimedi immediati non ce ne sono, ma la premessa indispensabile è aprire gli occhi sui modelli sbagliati adottati fin qui. Al posto dell’acquiescenza, nella convinzione di una superiorità occidentale a prova di qualsiasi sommovimento planetario, una ritrovata lungimiranza. Che rifletta a fondo, e sinceramente, sulle conseguenze di ogni scelta che viene fatta. O non fatta, come appunto nel caso della rinuncia a contrastare adeguatamente l’immigrazione illegale.  

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