Di: Gerardo Valentini
Prassi abituale? Sì. In un libro c’è un personaggio importante che è di pelle bianca ma nella trasposizione cinematografica, o televisiva, lo si tramuta in uno “di colore”.
L’ultimo esempio, già molto discusso, è l’Odissea di Cristopher Nolan. Nel nuovo film del regista inglese – che in precedenza ha firmato pellicole del calibro di Inception, Dunkirk e Oppenheimer, nonché alcuni episodi della saga di Batman – la sostituzione è talmente incongrua da risultare stridente.
A impersonare la bellissima Elena, che nel poema omerico è greca e quindi indubitabilmente bianca, è stata chiamata Lupita Nyong’o, la cui avvenenza può apparire adatta oppure no al ruolo ma che è una tipica donna africana. Nera nera e con i tratti somatici della keniota che è, visto che i suoi genitori, pur trapiantati in Messico prima che lei nascesse, arrivano da lì.
La reazione naturale è ovvia: perché? Perché si fa un’operazione del genere, stravolgendo a viva forza una figura di così grande rilievo della vicenda originale?
La risposta che viene data da chi questo pasticcio lo approva è paradossale. Ovvero, detto in maniera meno garbata, truffaldina.
In fondo, replicano i sostenitori di questa grottesca incursione in una creazione ultramillenaria che così è stata forgiata e così è rimasta nel corso dei secoli, parliamo di un’opera di fantasia. Che come tale si può modificare a piacimento, tanto più che nel cinema e nelle fiction tv queste libertà sono all’ordine del giorno.
Certo: Omero (o l’insieme di autori anonimi che vengono riuniti sotto questo nome leggendario, ponendo la cosiddetta “questione omerica”) ha utilizzato i parametri culturali ed estetici del suo tempo, ma questa adesione non va considerata vincolante.
In un mondo narrativo che è tutt’altro che realistico, popolato com’è di dei, semidei e altre entità sovrumane, una ritoccatina alle sembianze dei personaggi non può costituire un problema.
E men che meno uno scandalo.
Riscrivere, stravolgere
Le cose, manco a dirlo, stanno assai diversamente.
Innanzitutto, il fatto che questo tipo di abusi si ripeta a getto continuo non è affatto una giustificazione. Bensì, al contrario, un’aggravante. Un metodo consolidato che segue una strategia precisa e che, nella sua smania di inclusività a tutti i costi, ha stravolto questo e quello, sino a esiti deliranti come il rifacimento, nel 2023, della fiaba della Sirenetta, dove Ariel è nera ed è interpretata da Halle Bailey.
I vessilli sbandierati sono quelli della libertà creativa. I veri obiettivi sono quelli infidi della “cancel culture”: il passato va riformulato affinché chiunque, e più che mai le nuove generazioni, si dimentichi (se non in chiave negativa) che l’Occidente è stato plasmato da popoli di pelle bianca. Con valori propri e tradizioni specifiche, su cui è lecito discutere ma che hanno dei caratteri a sé stanti e che, nel bene e nel male, è doveroso distinguere da ciò che si è sviluppato, o non sviluppato, in altre epoche e in altre zone del pianeta.
L’arbitrio non è solo smaccato. È deliberato e persino rivendicato. All’insegna di una sistematica revisione dell’immaginario collettivo, che con la scusa della lotta al razzismo cerca di sopprimere la percezione stessa delle differenze tra le varie etnie. Rimuovendola non solo dal presente e dal futuro, ma addirittura dal passato: sia nell’ambito di ciò che è avvenuto realmente e che fa parte della Storia, sia in quello dell’arte o di altre forme di trasmissione culturale.
In pratica, una censura retroattiva. Ma anche furbetta.
Metà ideologia, metà business
Quando si riversa nel mondo del cinema e delle fiction, infatti, la distorsione ideologica si mescola alla smania di profitto e adotta una strategia diversa. Più duttile per un verso, più subdola per l’altro.
Se certi monumenti sono sgraditi chiedi di abbatterli e amen. Se invece certi eventi storici o certe potenti narrazioni di fantasia hanno un grande appeal, presso il pubblico, la strada maestra è l’adattamento. Cambi quello che non ti piace e mantieni il resto. Sopprimi gli aspetti che non condividi e li sostituisci con delle modifiche allineate al tuo modo di vedere le cose. Le persone. I popoli.
Alteri i messaggi, e quindi li manipoli, ma ti tieni stretto ciò che ti fa comodo. Sfruttando il richiamo di opere già famose o che comunque hanno il potenziale per generare curiosità e attrazione.
L’approccio corretto sarebbe inventare da sé le storie a cui si vuole attribuire il significato preferito. Ma figurarsi se la correttezza conta qualcosa, in un’industria dello spettacolo che mette al primo posto gli introiti e che, pur di ottenerli, non esita a ricorrere a qualsiasi mezzo e a qualsiasi trucco.
La parola d’ordine è opposta: è lo sfruttamento a oltranza. La cannibalizzazione di qualunque preda sulla quale ci si può avventare, nel tentativo di cucinare l’ennesimo manicaretto da ammannire al pubblico.
Un pubblico che nel frattempo, a forza di piattaforme zeppe di titoli e di accessi h. 24 ivi incluso lo streaming via Internet, è stato reso bulimico e insaziabile. In modo da poterlo ingozzare di remake anche ravvicinati e superflui (come la serie tv su Harry Potter, ad appena una quindicina di anni dall’ultimo film della saga), di spin-off a gogò (come per The Walking Dead) e di ogni altro prodotto, o sottoprodotto, che consenta di moltiplicare le varianti e lucrare ulteriormente, trasformando il capostipite in un brand.
I “cuochi” sono cinici. I commensali sono perennemente affamati. Cultura e intrattenimento si confondono nel medesimo calderone. O si arrostiscono, e si sbruciacchiano, sul medesimo barbecue.
L’Elena dell’Odissea diventa nera? Chissenefrega. Su Omero non c’è copyright. E se questo modesto accorgimento serve ad attirare un maggior numero di spettatori, tra chi è nero a sua volta, o tra chi va in solluchero nel sentirsi inclusivo, tanto di guadagnato. Nel senso letterale del termine.
Leggi anche:
Mondiali in America. “Americanata” è dire poco