Mondiali in America. “Americanata” è dire poco

Di: Gerardo Valentini

Li hanno gonfiati a dismisura. Spingendo ancora più in là un processo che è in atto già da tempo. E che, come al solito, nasconde le sue vere finalità dietro una retorica fintamente inclusiva e gioiosamente globalizzata. 

La prima mossa è stata aumentare di molto il numero di nazionali partecipanti, passate da 32 a 48. Moltiplicando di conseguenza le partite da disputare, ivi incluse quelle che sul piano tecnico e agonistico non hanno senso: vedi Germania-Curaçao nel Gruppo E o Spagna-Capo Verde in quello H.

A seguire hanno dovuto allestire un enorme apparato organizzativo, che ha richiesto il coinvolgimento di ben tre Stati, USA, Canada e Messico, e che ha fatto lievitare sia i costi sia gli introiti necessari per compensarli. Facendo schizzare alle stelle anche i prezzi dei biglietti che, quantomeno per gli appuntamenti di maggior spicco, saranno venduti con il meccanismo perverso del “dynamic pricing”, già tristemente noto nel mondo dei concerti pop.  

Puro gigantismo?

Ma figuriamoci. L’operazione è molto più complessa. Nella chiave di un marketing che si realizza nell’immediato ma che opera soprattutto in proiezione futura. Come accade, ad esempio, con le piattaforme televisive: dove le fiction e le altre forme di intrattenimento sono le esche utilizzate per innescare dei comportamenti di routine, che tendono a creare una dipendenza. Ti abboni, ti abbuffi, ti abitui.  

Una smania di sfruttamento che non si accontenta di lucrare sulla competizione in quanto tale ma che mira a cambiare profondamente il modo in cui essa viene percepita. Le gare rimangono per forza di cose l’aspetto, e il richiamo, centrale, ma poi si aggiunge anche dell’altro, in una spettacolarizzazione sfrenata che mira a convertire gli appassionati di un certo sport in spettatori di uno show eterogeneo.

Il modello, non a caso, di molto sport “made in USA”. Dove il match di turno è preceduto, inframmezzato, accompagnato, da esibizioni di vario tipo o da musiche martellanti e immagini enfatizzate che scorrono sui maxischermi. 

Le cheerleader, i pupazzi-mascotte, la popstar che canta l’inno nazionale. Qualsiasi riempitivo che serva a ingozzare di sensazioni il pubblico pagante che si affolla nello stadio e a stimolare il desiderio di esserci, una prossima volta, in quello che segue da casa.

Parola d’ordine: non lasciare nessuno spazio vuoto. Saturare l’attenzione affinché le emozioni, benché posticce, cancellino la capacità di ragionare in modo autonomo. O la riducano al minimo.

Alla larga dal Super Bowl

È questo, ciò che non va e che deve essere rigettato. È il fatto che per noi “non statunitensi” lo sport, tradizionalmente e grazie al cielo, è un’altra cosa.

Una cosa più seria, più autentica, più a misura d’uomo, nella quale ci identifichiamo per la bravura e la tenacia degli atleti. Che le loro prestazioni siano spettacolari, nel senso del virtuosismo che balza all’occhio o della vittoria travolgente, è un’eventualità certamente gradita, ma non indispensabile. Ogni tanto accade e allora è memorabile. Le altre volte l’interesse e il coinvolgimento si accendono per la contesa in sé. E continuano a bruciare sino al termine.

Chi ama il calcio e lo capisce, almeno un po’, può trovare del tutto soddisfacente anche un pareggio a reti inviolate. Sì, d’accordo, non hanno segnato, e non abbiamo vinto, ma accidenti se ci hanno dato dentro.

Loro si sono fatti onore. Noi ci siamo rispecchiati nei loro sforzi. Nel loro valore.

Loro sono come ci piacerebbe essere, ma nel senso di una versione migliorata di noi stessi. Una versione che si incardina sulle stesse matrici. 

Uomini e donne più in gamba di come noi siamo mai stati e mai saremo, ma in qualche modo affini. 

Uomini e donne, appunto. Non superstar di un super show concepito a tavolino e venduto a super prezzi. Creato da super funzionari di una super holding che ci vuole super cedevoli a tutto ciò che decide di ammannirci. A ogni nuovo orpello e a ogni nuova tentazione. 

Al superfluo travestito da super.

Nessun argine, a cominciare dai media

Tutto questo non comincia certo adesso, ma con i Mondiali “americani” subisce un’accelerazione poderosa. E nelle intenzioni definitiva. 

Una strategia tanto deliberata quanto cinica, i cui segnali si sono succeduti e accumulati con un’abbondanza e una puntualità che rendono ancora più colpevoli quelli che non li hanno colti e non hanno fatto nulla per contrastarli. Da un lato smascherandoli, come dovrebbero fare gli organi di informazione, e dall’altro adottando le necessarie contromisure, come è compito delle pubbliche istituzioni. 

L’atteggiamento generale, al contrario, è stato di assecondare qualsiasi distorsione rifugiandosi nel consueto alibi dello pseudo realismo, che spaccia per “ineluttabile” ogni fenomeno al quale non ci si vuole opporre. Che ci possiamo fare? Il mondo cambia, si aggiorna, va così.

Il confine che andava tracciato, e difeso, è quello della natura essenzialmente etica dello sport. Lo sport che merita tutela e rispetto nel suo essere l’habitat di quei valori di lealtà e di abnegazione che nel resto della società sono sempre più sacrificati all’utilitarismo. Ai vantaggi, e ai privilegi, ottenuti con qualsiasi mezzo.

Vogliamo restare nell’ambito del calcio?

Bene. Le associazioni sportive dovevano tassativamente rimanere tali, escludendo la trasformazione in aziende lucrative. O addirittura quotate in Borsa. Analogamente, andava assicurata una sorveglianza rigorosa sulla correttezza amministrativa. 

Dice: ma all’estero lo hanno accettato. E perciò, in questo nuovo scenario, non possiamo non adeguarci perché altrimenti rimarremmo indietro.

È un altro alibi. Bisognava dare battaglia negli organismi internazionali, denunciandone senza sosta le derive affaristiche. E arrivando, in mancanza di una bonifica, alla scissione dagli organismi come l’Uefa e la Fifa che esibiscono come medaglie e allori la crescita dei fatturati.

Suona utopistico, come no.

Ma è proprio quello su cui bisognerebbe riflettere. E allarmarsi. E reagire. 

Anche nello sport si è ribaltato il rapporto tra le norme e i comportamenti, per cui le situazioni di fatto diventano lo standard che stabilisce che cosa è lecito. 

Il calcio è diventato un business. Il business mette al primo posto il profitto e il giro d’affari. Dovremmo appassionarci lo stesso a questa gigantesca messinscena?

No. Con rammarico e a malincuore, ma assolutamente NO. 

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