Maranza & C. Devastatori “a responsabilità sconosciuta” 

Di: Gerardo Valentini

Guardate i filmati, se già non lo avete fatto. Li trovate facilmente su YouTube e non si tratta di piccole sequenze frammentarie che potrebbero prestarsi all’equivoco. 

Al contrario: ci sono decine e decine di minuti che mostrano le violenze commesse lo scorso fine settimana, nel centro di Milano, da gruppi di giovani scatenati che hanno imperversato a lungo. Sia per il gusto di seminare scompiglio, sia per saccheggiare diversi negozi, più o meno di lusso, e portarsi via scarpe costose e abiti di marca. Già: contestatori del sistema ma succubi del consumismo. Un aspetto fondamentale, una contraddizione decisiva, su cui torneremo più avanti.

Ma c’è dell’altro, in mezzo alle immagini dei disordini. Ci sono le parole di alcuni di loro sul “perché” di quelle devastazioni. I tentativi sbilenchi di legittimare il caos. E, manco a dirlo, di autoassolversi in toto: non siamo noi che violiamo la legge, siete voi che ci costringete a farlo. Voi ci ignorate, noi vi obblighiamo a prestarci attenzione.

Il ragazzo che parla tiene il viso nascosto. Il cappellino è calato fin sugli occhi e la sciarpa gli copre anche il naso.

Dice: «Facciamo un po’ di casino, infuochiamo una roba, ci facciamo sentire, e così, cioè, lo Stato ci guarda subito. (…) Non è che lo facciamo perché non c’abbiamo niente da fare. Cioè, è il nostro futuro, noi vogliamo avere un futuro bello.»

Sul linguaggio zoppicante non bisogna accanirsi. Si possono avere delle buone ragioni anche se non si è bravi ad articolarle. Ma qui è proprio la sostanza a essere sbagliata.

È l’idea – l’allucinazione – che avere un “futuro bello” sia un diritto assoluto. Che lo Stato dovrebbe assicurare a chiunque, indipendentemente da ciò che ciascuno fa per guadagnarselo. O meglio: per meritarselo. 

Le colpe, enormi, di chi li illude

Se la loro è un’allucinazione, però, non se la sono immaginata da soli. A indurli in errore, sprofondandoli in questo miscuglio di pretese arbitrarie e di aspettative infondate – che è tanto autolesionistico per loro stessi quanto pericoloso per la collettività nel suo insieme – sono i tanti che continuano a fare finta che la nostra società non sia quello che è.

La versione fittizia, e sempre più ingannevole, è che l’attuale modello economico permetta a chiunque di raggiungere un livello soddisfacente di reddito e quindi di consumo. Nonché di godere dei robusti sostegni di un welfare ad ampio raggio: dai sussidi di varia natura all’assistenza sanitaria universale.

La verità è assai diversa. Quasi agli antipodi. E in via di ulteriore peggioramento: sia per le spinte che provengono dall’esterno, tra l’ascesa dei Brics e lo sgretolamento del diritto internazionale, sia per l’accumularsi degli squilibri che abbiamo prodotto da soli e a cui si aggiunge l’incombente impatto della IA e dei robot/androidi sul mercato del lavoro.  

Lo scenario autentico è brutale: le opportunità di inserimento non stanno affatto aumentando, ma diminuendo. Trovare un’occupazione stabile, e tale da consentire un tenore di vita che non si riduca alla mera (e affannosa) sopravvivenza, è sempre più difficile. Lo è per chi abbia conseguito una laurea e figuriamoci per gli altri. 

Figuriamoci, appunto, per chi di studiare non ha nessuna voglia.

La dura verità

«La società – dichiara il Presidente Mattarella – non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione. È una grande questione sociale. Una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze della società.»

Bene. E quindi? In che cosa si dovrebbero tradurre, all’atto pratico, queste altisonanti affermazioni di principio?

Con tutto il rispetto che è dovuto al Capo dello Stato, crediamo che il tempo degli auspici sia finito. E che si renderebbe un servizio assai migliore, ai cittadini in genere e alle giovani generazioni in particolare, sgombrando il campo da ogni residua illusione.

La soluzione vera sarebbe un altro tipo di convivenza, imperniata su un’etica di stampo comunitario che non sia sacrificata al massimo profitto e al successo mediatico. Ma oggi questa rigenerazione è ardua. Visto che esige di essere pronti a ripensare in profondità l’intero impianto economico e sociale, affrancandosi dalle sue lusinghe di pseudo benessere. Materiale e psicologico.

Purtroppo, invece, le tendenze sono di tutt’altro segno. Quelle che stiamo subendo non sono delle turbolenze momentanee, passate le quali si tornerà agli standard del passato. La nuova regola fondamentale è che di garantito c’è poco o nulla e che, all’opposto, ci si dovrà impegnare molto anche solo per rimanere a galla.

Per quanto sgradevole, deve essere chiaro: i beni di lusso, o comunque venduti a prezzi elevati, non sono accessibili alla maggior parte della popolazione. Se non, forse, come gratificazione occasionale, accarezzata a lungo e realizzabile a patto di aver risparmiato su altro. 

Golosi, non rivoltosi

Chiudiamo il cerchio. Torniamo a ciò che avevamo accennato in apertura. Al fatto che i ragazzi scesi in strada per protestare “contro il sistema” siano però succubi delle seduzioni consumistiche che il sistema stesso diffonde.

La loro non è una rivolta politica: è una forma estrema e paradossale di conformismo. Vogliono/pretendono i vantaggi del modello dominante senza però accettarne le regole. L’unico interesse, l’unica pulsione, è impossessarsi con qualsiasi mezzo di quello che desiderano. Mentre delle ingiustizie strutturali, e che riguardano questioni assai più serie come il cattivo funzionamento della sanità pubblica, non gliene importa un accidente.

Sono in cerca di rivalsa e di bottino. Otterranno solo repressione e ulteriore marginalità.

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