Badabam! I progressisti sbattono contro la realtà

Di: Gerardo Valentini

Il sasso nello stagno lo ha gettato, e non è la prima volta, Ernesto Galli della Loggia. Un articolo uscito sul Corriere della Sera il 27 agosto e pubblicato, non a caso, con due titoli diversi. 

In prima pagina c’era la versione attenuata che recitava “Quel difficile incontro tra le culture e le religioni”. Nelle pagine interne compariva l’altro, che restituiva in maniera ben più incisiva il senso del ragionamento, con uno schietto “I limiti del multiculturalismo”. 

Centrato.

Dopo svariati decenni passati a ripetere il rosario di prammatica, guardandosi bene dal verificarne la fondatezza, è ora che i suoi fervidi seguaci si fermino e affrontino la questione cruciale. Che è la corrispondenza o meno tra le affermazioni di principio e gli esiti effettivi. 

Una domanda che da sempre è tanto ovvia a destra, quanto disconosciuta a sinistra. Lampante per chi non abbia il paraocchi dell’ideologia (o le lenti affumicate dell’opportunismo). Ignorata o addirittura rimossa da chi, invece, si crogiola nella sua ipotetica superiorità politica e persino morale.   

Galli della Loggia lo dice già in apertura, con una tipica soluzione retorica. In apparenza se lo chiede. Di fatto lo afferma. 

“E se fosse arrivato il momento di smetterla di parlare di multiculturalismo? Se fosse arrivato il momento di guardare in faccia la realtà e di parlare di queste cose con sobrio e umano realismo, attenti, attentissimi ai principi, come dobbiamo essere, ma anche alla lezione della storia e dei fatti che sono sotto i nostri occhi (tra cui quello, decisivo, dell’immigrazione afro-asiatica verso i Paesi europei)?” 

Beh? Ma non vi integrate?!

Per molti di noi era già evidente. La teoria proclamava delle cose, altisonanti e magnifiche, mentre la pratica ne dimostrava delle altre, disastrose e concrete.

La teoria era quella delle società occidentali che diventano felicemente multietniche e multiculturali, con tutti che ci convivono in modo pacifico perché accomunati dai medesimi scopi: aumentare il proprio reddito e i propri consumi. 

La teoria aveva diversi corollari. Il primo era l’accoglienza pressoché indiscriminata degli immigrati illegali. Prontamente ribattezzati, per edulcorarne la percezione collettiva, “migranti”. 

Il secondo, strettamente legato al primo, era che la loro integrazione sarebbe stata automatica e indolore, o prima o poi: quali che fossero le loro identità originarie, il desiderio di benessere li avrebbe motivati ad accettare di buon grado i nostri principi liberaldemocratici e i nostri stili di vita. 

I fatti hanno dimostrato il contrario. Quelle posizioni pseudo benevole non trovano riscontro nella vita reale. L’armonia vagheggiata resta un sogno campato per aria, accarezzato dagli ingenui e strombazzato dai cinici, e le diversità di partenza non svaniscono affatto né tantomeno d’incanto. 

Certi convincimenti religiosi, come per gli islamici, e certi legami di gruppo, come per i “maranza” nordafricani e per le bande giovanili sudamericane, sono radicati troppo in profondità per dissolversi facilmente. E credere che sia sufficiente cambiare il terreno, per modificare la pianta, è una pura illusione. O una menzogna capziosa. 

Ma siccome a subirne le ripercussioni negative sono stati, e continuano a essere, i cittadini qualsiasi, la teoria non ha smesso di essere ripetuta a oltranza da chi quelle posizioni le sostiene per mestiere. I professionisti della politica e dei media che si tengono stretto il loro campionario di solidarietà a costo zero: loro ci fanno carriera, i conti sociali li pagano gli altri.

E intanto, sul woke…

Le riflessioni di Galli della Loggia non devono essere né sopravvalutate né minimizzate. 

È vero: non segnano neanche lontanamente l’avvio di un’autocritica generale da parte del mondo cui si rivolge e in particolare dei partiti dell’attuale opposizione, vedi la replica sfornata quasi subito dal presidente del M5S Giuseppe Conte sulle colonne di Rinascita

Hanno però il merito di inquadrare con chiarezza il limite decisivo dell’ortodossia progressista: darsi ragione da soli e infischiarsene di ciò che contraddice le loro certezze. Inoltre, vanno comunque collegate con l’inversione di rotta sul cosiddetto woke che è stata espressa, sempre nello scorso mese di agosto, da Alexandria Ocasio-Cortez, figura di rilievo dei Democrats americani. Un perentorio «crazy». 

Qual è il punto? È che le buone intenzioni di partenza, ammesso che buone lo fossero davvero, sono degenerate in una lunga serie di eccessi. Via via più astratti e più dogmatici. Categorici nella teoria e aggressivi nella pratica.

Partiti dalla difesa dei diritti di una serie di minoranze, da quelle etniche a quelle sessuali in chiave LGBTQ+, i sostenitori del “risveglio” non ci hanno messo molto ad alzare a dismisura le loro pretese: la difesa degli oppressi, o presunti tali, si è trasformata in una demonizzazione feroce e invasiva di tutto ciò che a loro giudizio era causa di discriminazione. 

Fino ad approdare ai deliri (crazy, appunto) della “cancel culture” e della “teoria gender”. 

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Il catalogo è ampio. Ma limitiamoci a tre aspetti

Uno: la Storia dell’Occidente è una sequela senza fine di sopraffazioni, di cui andrebbero ricusati i fondamenti e rimosse le vestigia, modificando i testi scritti e abbattendo i monumenti celebrativi.

Due: le identità sessuali non dipendono dal dato biologico alla nascita e qualsiasi individuo, fin dalla più tenera età, può collocarsi dove la sua psiche lo spinge. Maschietti che decidono di essere femminucce o viceversa, con tutte le varianti possibili e immaginabili. Nonché instabili. Maschi o femmine in base all’umore del momento. 

Tre: il patriarcato, in quanto assetto tipicamente maschile, sarebbe l’architrave delle umane ingiustizie

A sinistra se ne sono incapricciati: se sei dalla parte dei diritti li devi espandere a dismisura. Logico, no?

Poi, però, è emerso un problema. Tutto questo “libro dei sogni”, o degli incubi, non ha convinto un gran numero di cittadini. E quindi di elettori.

Il riposizionamento è diventato una necessità. Ma non bisogna lasciarsi incantare: guai a scambiarlo per un autentico, sincero, definitivo ripensamento.

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