Di: Gerardo Valentini
L’obbligo, in effetti, esisteva già. E ci mancherebbe altro: se sui media eri finito all’indice per un rinvio a giudizio, o anche solo per l’avvio delle indagini, una volta ottenuta l’assoluzione è ovvio, naturale e sacrosanto che quegli stessi giornali eccetera ne diano conto.
Ma.
Finora l’obbligo poteva essere adempiuto in modo più formale che sostanziale. Pubblicando sì la notizia del verdetto favorevole agli imputati di turno, però dandole un risalto di gran lunga inferiore a quello con cui, al contrario, si erano rilanciati i capi di accusa formulati dagli inquirenti.
Enrico Costa, il capogruppo FI alla Camera che insieme alla collega Simonetta Matone ha firmato il disegno di legge che mercoledì scorso ha ottenuto, dopo quello della Camera, il via libera del Senato, lo sottolinea in maniera molto nitida, in un’intervista pubblicata su Il Giornale.
«C’è una sproporzione enorme tra lo spazio dedicato alle indagini e quello riservato alle assoluzioni. Le inchieste fanno notizia, le sentenze arrivano dopo anni, quando i riflettori si sono spenti. Se ho dato venti giorni di notizie, non posso cavarmela con un trafiletto a pagina 20. Bisogna ristabilire le proporzioni tra accuse e proscioglimento».
Esatto. E a questo mirano le modifiche ormai approvate che introdurranno un nuovo articolo, il 144 ter, nel decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196.
La novità fondamentale è inserita alla fine del primo comma, dove si afferma che nel comunicare l’esito favorevole agli imputati lo si dovrà fare “con rilievo adeguato allo spazio già riservato al relativo procedimento penale”.
In altre parole, l’enfasi deve smettere di essere a senso unico. Se era stata utilizzata a piene mani nello sbandierare le accuse (e di solito è così) andrà controbilanciata da un analogo risalto quando quelle accuse saranno cadute.
Tutto risolto, quindi? Non è detto.
Basterà chiedere. Forse
Il primo limite, come non esita ad ammettere lo stesso Costa, è che si tratta di «una norma di principio, non introduce sanzioni specifiche. Resta la possibilità di agire in sede civile. Ma il punto è culturale: non si può distruggere la reputazione di una persona nella fase delle accuse e poi ignorarla quando viene riconosciuta innocente».
Il rischio, quindi, è che si ripeta una situazione che qui in Italia conosciamo a menadito, avendola vista in tante altre occasioni e negli ambiti più svariati. Le leggi individuano dei problemi reali e fissano dei dettami ineccepibili a mo’ di soluzione, dopodiché quegli interventi rimangono più teorici che effettivi.
Ciò che si presenta come un obbligo si risolve in una raccomandazione ad agire correttamente. Mentre, laddove non lo si faccia, si rimanda l’adeguamento all’esito di un iter ulteriore. A carico, manco a dirlo, di chi aveva tutto il diritto di ottenere immediata soddisfazione ma non l’ha ricevuta, finendo incagliato sulle secche dell’altrui renitenza.
Il secondo comma del nuovo articolo fissa il percorso da seguire: “L’interessato, in caso di mancato adempimento di quanto previsto dal comma 1 da parte del direttore o del responsabile della testata giornalistica, radiofonica, televisiva o telematica, può rivolgere una segnalazione al Garante. Il Garante decide nei cinque giorni successivi e, all’esito di tale procedimento, può ordinare la pubblicazione della notizia dei provvedimenti favorevoli per l’indagato o l’imputato”.
Il che, però, ci riporta al problema di partenza: il divario quasi sempre enorme tra il prima e il dopo. La rettifica imposta dal Garante sarà realmente proporzionata alla campagna accusatoria, per non dire diffamatoria, che si era scatenata a suo tempo? O ne costituirà, alle solite, un pallido surrogato?
Media cinici, lettori superficiali
Enrico Costa, giustamente, dice che «il punto è culturale». Ma va subito aggiunto che il fenomeno non si esaurisce affatto in questo specifico squilibrio.
La distorsione è generale. E poggia su premesse tanto precise e diffuse quanto radicate e strutturali. Ossia costitutive. Assai più che di un’abitudine, una cattiva abitudine, si tratta di un metodo. Nel quale le ragioni del business economico si intrecciano agli interessi di fazione.
Da un lato ci sono i motivi di marketing, che spingono a far leva sulla curiosità, spesso voyeuristica, del pubblico. Il montare di uno scandalo, vero o presunto, richiama molta più attenzione del suo sgonfiarsi in un nulla di fatto.
Dall’altro c’è la carenza di un’editoria davvero indipendente: i media “di informazione” sono legati a doppio o quadruplo filo alle forze politiche e agli altri potentati di riferimento, per cui utilizzano qualsiasi occasione per dare addosso agli schieramenti avversari.
La conseguenza, inevitabile e anch’essa radicatissima, è che moltissimi lettori non leggono per sviluppare delle analisi degne di tal nome, ma per trovare conferma alle convinzioni che hanno già. Di per sé il prodotto giornalistico è adulterato, come gli snack super saporiti che sono infarciti di schifezze, eppure chi lo compra lo consuma volentieri.
La polarizzazione, che è un modo garbato per definire la strumentalizzazione a getto continuo, fa comodo a chi la imbastisce e solletica/soddisfa chi vi si rispecchia.
Il circolo vizioso si completa così. E ognuno di noi è chiamato a spezzarlo in prima persona: in attesa dell’eventuale rettifica che verrà (chissà quando, chissà in che termini) va accuratamente soppesata la consistenza delle denunce iniziali.
Un lavoro impegnativo. Però indispensabile.
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