Amministrative: il Campo largo… campa male

Di: Gerardo Valentini

Dovevano trionfare a Venezia: sono stati battuti al primo turno. Da un candidato sindaco che era assessore della Giunta uscente e che è anch’egli espressione dello schieramento di centrodestra. 

Hanno perso, ancora più nettamente, a Reggio Calabria. Dove erano loro ad aver avuto la guida della città ma sono stati spazzati via dal voto dei cittadini, con un 66 a 25 che si commenta da sé.

Certo: le elezioni si vincono e si perdono. I fattori che incidono sul verdetto delle urne sono molteplici e ondivaghi, a maggior ragione quando i tassi di astensionismo sono assai elevati. Inoltre, i risultati locali non vanno necessariamente proiettati su scala nazionale: le logiche sono diverse e contano molto anche i meccanismi di attribuzione dei seggi, fino alla conquista di un’eventuale maggioranza parlamentare. 

Ma non è questo, il punto.

Il punto è che invece, da parte dell’opposizione, si è ripetuto anche stavolta il solito errore. Il solito abbaglio autocelebrativo che gonfia a dismisura ogni successo specifico e salta subito alle conclusioni: da qui in poi la strada è in discesa. Fino a riconquistare Palazzo Chigi. 

Vai con gli slogan: il vento è cambiato, non ci avevano visto arrivare, uniti si vince. E via gorgheggiando. Confondendo i desideri con la realtà. Quello che si dice agli elettori con ciò che si racconta a sé stessi. Sprofondando nella rete delle proprie illusioni.

Mostrare sicurezza è lecito. Esibire sicumera no 

I sedicenti “migliori”

Non è solo un difetto di comunicazione. Che pure, essendo così insistito e senza alcun segnale di ravvedimento, la dice lunga sulla personalità di chi lo commette. E infatti vi incappa di nuovo e a getto continuo.

È proprio un modo di essere. Di concepire il proprio ruolo, in ciascuno degli ambiti in cui si opera: dai partiti di appartenenza alle assemblee in cui si è stati eletti e al sistema mediatico nel suo complesso.

È il vizio antico e insormontabile di una presunzione senza fine, spacciata per un DNA oggettivo che dovrebbe tramandare la stessa vitalità di determinate matrici e perpetuarne i pregi.  Un pedigree capzioso che si appella a certe figure e a certi fenomeni del passato, da Gramsci a Matteotti, dalla Resistenza a Enrico Berlinguer, e ne rivendica le qualità, vere o presunte. Dando per scontato che quei richiami retorici equivalgano di per sé a una continuità effettiva, che autorizza a ergersi come la parte buona, sana, colta, affidabile della scena politica. 

Sorvolando, al contrario, sulle contraddizioni palesi. A cominciare dal fatto che non si vede proprio quale affinità possa esserci, pur con tutti gli indispensabili aggiornamenti, tra il succitato Gramsci e i vari Prodi, Renzi, Draghi. Per non parlare degli altri pseudo leader e degli ancor più modesti comprimari che si affollano, sgomitano e pontificano, in cerca di una notorietà che alimenti una carriera.

Tale l’apparenza, tale la sostanza

Dopo questa ennesima smentita elettorale, che è arrivata sull’onda dell’ebbrezza causata dalla vittoria del No nel referendum sulla magistratura, e che ha innescato la stessa spocchia già vista all’indomani delle Regionali in Sardegna o delle Comunali di Genova che hanno incoronato Silvia Salis, verrebbe proprio da domandarglielo.  

Avete imparato, almeno adesso? Avete capito che a forza di cantare vittoria in anticipo finite col fare, col ripetere, col moltiplicare delle figure via via più imbarazzanti? 

Non è che si perdono solo le elezioni di turno. È che si perde ogni residua credibilità, riguardo alle proprie capacità di governo dell’Italia intera. Tanto più in un’epoca come quella attuale in cui il mondo è sottosopra e la portata degli avvenimenti e delle trasformazioni in corso rende assurda la ripetizione meccanica degli schemi del passato.

Chiaro, no? 

Se non sei in grado di valutare in maniera attendibile neanche la tua stessa situazione – sacrificando ogni analisi realistica a una propaganda stereotipata che si ripete sempre uguale e che si mischia alla pessima abitudine di autocelebrarti come il salvatore della patria, trattando gli avversari da cialtroni assoluti – come diavolo farai ad afferrare il senso e le implicazioni degli enormi processi storici in atto?

La politica seria è un’altra cosa. La politica seria è fatta di due fasi. La prima è quella della comprensione approfondita degli accadimenti e delle tendenze. La seconda, del tutto legittima se non si riduce a un marketing enfatico e ingannevole, è la propaganda delle proprie idee, ovvero delle proposte su ciò che andrebbe fatto. Nell’immediato e in prospettiva.

Credere che per prevalere sia sufficiente lo screditamento sistematico degli antagonisti è un vizio tanto diffuso quanto nocivo. E che a onor del vero non riguarda esclusivamente i progressisti. 

L’egoismo rende ottusi. Le scorciatoie si sostituiscono ai percorsi autentici. Ci si affida a questa sorta di pubblicità comparativa, per cui si confida di venire automaticamente magnificati dalle manchevolezze altrui, e ci si sottrae al dovere di alzare il livello del proprio prodotto politico.

Un impoverimento, e un degrado, che ha generato le attuali classi dirigenti. Preoccupate moltissimo dei loro vantaggi e niente affatto degli interessi generali. Sprofondate in una frenesia del potere e dei relativi privilegi che ha inaridito la loro intelligenza della realtà. 

Ammesso che ne avessero mai posseduto le necessarie attitudini.

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