Basta con le vecchie regole, nel mondo che se ne frega

Di: Gerardo Valentini

Ve lo ricordate, ciò che ha detto il premier canadese Mark Carney al World Economic Forum di Davos di poche settimane fa?

Probabilmente sì. Almeno a grandi linee. Ma vale la pena di rileggere le sue stesse parole riguardo a un passaggio fondamentale. 

«Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa. Che i più forti si sarebbero esentati quando conveniva. Che le regole commerciali fossero applicate in modo asimmetrico. E che il diritto internazionale si applicasse con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.»

Moltissimi lo hanno acclamato. Sottolineandone la franchezza, come se quella confessione tardiva bastasse a cancellare d’un colpo tutte le responsabilità del passato, ma ignorandone le implicazioni oscure e determinanti. Che si possono riassumere in un’unica frase: una gigantesca messinscena. 

Discutibile, o tout court sbagliata, fin dall’inizio, perché in linea con la solita spocchia progressista spacciava un auspicio per un destino. L’intero mondo, o prima o poi, si sarebbe riconosciuto negli stessi valori e negli stessi principi. L’etica e il diritto si sarebbero fusi in una visione comune. Comune e condivisa. 

Il modello occidentale avrebbe trionfato ovunque e tutti i Paesi e tutti i popoli lo avrebbero applicato con impegno e di buon grado. Come atleti leali che comprendono il senso, addirittura la necessità, di gareggiare con le medesime regole. Anzi: nel medesimo spirito.

Dalla teoria alla pratica

Ed ecco l’ONU, le “nazioni unite”. Benché condizionate, in modo decisivo e costante, dal fatto che solo cinque di esse godono di un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza e del relativo potere di veto. 

L’intera assemblea approva una risoluzione ad amplissima maggioranza e basta che uno dei cinque – Cina, Francia, Inghilterra, Russia e USA – non sia d’accordo per annullarne gli effetti. Riducendo la decisione a una semplice richiesta. Facilissima da accantonare perché il veto non costituisce uno stop momentaneo, come il rinvio alle Camere da parte del nostro Presidente della Repubblica, ma un blocco assoluto: molte grazie della vostra “segnalazione”, ma noi la vediamo diversamente. E perciò, egregi soci di serie B, continueremo imperterriti a fare come ci pare.

L’ONU come architrave. Gli altri enti internazionali – o meglio: sovrannazionali – che fissavano le direttrici planetarie in materie specifiche. Vedi innanzitutto l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Vedi la sua governance a dir poco ambigua, sotto il peso dei finanziamenti privati. O meglio: dei finanziatori privati. Tipo la Fondazione Gates che è in cima alla categoria: oltre 700 milioni di dollari nel solo biennio 2024-2025.

In superficie la finalità ufficiale: diffondere nel mondo la stessa etica. A beneficio di tutti, come no.

In profondità, ben nascosti, accuratamente occultati, esclusi a priori come impensabili, gli scopi effettivi: ingabbiare le singole nazioni, i singoli popoli, in una ragnatela sterminata e pressoché indistruttibile di buoni propositi trasformati in dogmi e di prescrizioni, assai concrete, alle quali non si può e non si deve sfuggire. 

Le mani legate della UE (e dell’Italia)

Succede di continuo. A cominciare dall’immigrazione illegale. Con l’arrivo in Europa di milioni e milioni di quelli che una volta si definivano, a ragione e senza tante fisime, clandestini, ma che poi sono stati ammantati di un termine neutro o persino benevolo: migranti. 

L’accento sul dato di fatto: persone che migrano da un luogo a un altro. 

L’omissione sul dato di diritto: nessuno li ha autorizzati.

Una contraddizione che si è protratta per decenni e decenni, tra l’ottuso sostegno degli sciocchi e il capzioso avallo dei furbi, e che finora ha reso quanto mai difficile l’intervento dei governi statali. I cui tentativi di contrastare il fenomeno si sono puntualmente scontrati con i limiti imposti dalle altisonanti affermazioni “di principio” che si sono accumulate in precedenza. Ovvero in un passato, più o meno remoto, nel quale le condizioni erano ben diverse da quelle sopravvenute in seguito e i proclami in chiave etica, come ad esempio il diritto d’asilo e la cosiddetta “legge del mare”, non comportavano ripercussioni socioeconomiche particolarmente onerose.

Detto in maniera spiccia: bella figura con poca spesa. Sempre che invece, e non è certo da escludere, non si stessero approntando le premesse, e gli alibi, per quello che si voleva far accadere in una fase successiva.

Sia come sia, il problema è lo stesso. Gli svolazzi umanitari, una volta fissati a livello internazionale, diventano dei vincoli sovraordinati rispetto alle leggi interne delle singole nazioni. Consentendo ai magistrati, specialmente se di orientamento progressista, di bloccare a suon di sentenze le scelte dei Parlamenti e dei governi.

Voilà. La celebratissima autonomia della magistratura si trasforma in un primato sulla politica. La sovranità del popolo finisce imbottigliata, a priori, in ciò che è stato deciso da altri e in altri momenti: il doveroso principio per cui tale sovranità si esercita “nelle forme e nei limiti della Costituzione” si espande a dismisura perché la Costituzione è a sua volta assoggettata a qualcosa che la sovrasta e che è pressoché impossibile da rimettere in discussione.

Ma è proprio questo, il tabù da combattere

E se lo era già prima, nella consapevolezza di quanto ci fosse di artificioso e illusorio in quella morale di facciata, lo è più che mai adesso. Adesso che il diritto internazionale è in manifesta e accelerata disgregazione, sotto i colpi degli Stati, superpotenze in testa, che se ne dissociano in maniera smaccata e unilaterale. 

Il presupposto di qualsiasi regolamento è che sia condiviso da tutti i “giocatori”. Quando questo non avviene, e non già in maniera transitoria e marginale ma su vasta o vastissima scala, è indispensabile smetterla di fingere che sia ancora una bussola comune.

Non è un’affermazione di civiltà, da rivendicare con l’ostinazione di un’etica superiore. È il protrarsi di una recita ipocrita e insensata che sta diventando – che è già diventata – un fardello insostenibile. Quasi suicida. 

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