Elly & partners: quando il pop diventa flop

Di: Gerardo Valentini

La sostanza no. La forma… neppure. 

L’idea, stavolta, era di apparire allo stesso tempo ammiccanti e propositivi. Spigliati e concreti. Amichevoli e determinati.

Politici sì, per forza, e quindi attenti, attentissimi, alle complicate alchimie della coalizione da allestire in vista delle elezioni nazionali del prossimo anno. Ma anche (Veltroni docet) simili a noialtri cittadini che per discutere di un progetto non ci chiudiamo mica nelle segrete stanze dei potenti, trovandoci invece a pranzo o a cena: si parla, si mangia qualcosa, si raggiunge un accordo. O almeno ci si prova. 

Deve essere nata così, l’idea che è venuta ai “magnifici quattro” dell’opposizione. Fratoianni, Conte, Schlein e Bonelli. Una bella foto di gruppo al tavolo di un ristorante romano. Con i sorrisi, o sorrisetti, d’ordinanza: ehi, ci vogliamo bene! Con gli smartphone a portata di mano: vabbé, come fai a non tenerli accesi?

Una bella immagine di concordia operosa (ahò) prontamente diffusa per comunicare urbi et orbi che il sodalizio dei progressisti è più saldo che mai. Alé. Il dado è tratto e le grandi manovre possono cominciare

Come?

Ce lo racconta La Stampa: “Due eventi pubblici per incontrare i cittadini e parlare del programma di governo del centrosinistra. Appuntamenti fissati per l’8 e il 15 luglio, in una città del Nord e in una del Sud, ancora da definire. Sarà l’apertura ufficiale del cantiere dell’alternativa”.

Nientemeno? Nientemeno!

Certo: le due città che avranno questo onore sono “ancora da definire”, ma mica si poteva stabilire tutto-tutto-tutto in una sola riunione.

C’è da ragionare, signore e signori. C’è da limare, cittadine e cittadini. C’è da capire come si fa a conciliare la propaganda collettiva e gli interessi di parte. O di fazione.

Alle urne ci si presenta insieme. Ma poi ciascuno mira innanzitutto a moltiplicare i propri voti di lista: tot deputati, tot senatori, tot parlamentari da far pesare nelle decisioni successive. E nelle successive spartizioni, tanto più se si dovesse arrivare al governo.

Domanda: chi abboccherà?

C’è davvero da chiederselo. Perché il tipo di esca che si sceglie la dice lunga sul genere di pesci che si confida di acchiappare.

Quella delle foto di gruppo dei leader politici, per trasmettere un’impressione di robusta e cordiale cooperazione, è una trovata che ha un mucchio di precedenti. Nazionali e internazionali. 

Proprio per questo, però, ha dimostrato in altrettante occasioni di essere ingannevole. Assai più una messinscena, come è prassi nei cartelloni pubblicitari, che uno specchio della realtà. L’unità di intenti veniva esibita, ma era appunto un’esibizione. Momentanea e illusoria. I contrasti, le rivalità, le ruggini, sono puntualmente riemersi.

Per quale motivo, allora, si torna a riprovarci? A riproporre lo stesso tipo di trucco?

La risposta è tanto nitida quanto sgradevole. 

La risposta è che moltissimi politici continuano a essere convinti che questo genere di accorgimenti mantengano la loro efficacia, nonostante siano stati smascherati a più riprese. 

Quell’influenza, ovviamente, non potranno averla nei confronti di tutti. E probabilmente la dispiegheranno su un numero di elettori sempre minore, come attesta il crescente fenomeno dell’astensionismo. 

Eppure, la scommessa si ripete. Nel presupposto che molti si lasceranno comunque affascinare. Abbagliare. Abbindolare. 

Chi di schemi campa…

La propaganda vera diffonde idee. Quella posticcia dissemina suggestioni.

Ma in entrambi i casi c’è da lavorare duro, se si vuole raggiungere il proprio scopo. E c’è da possedere, ancora prima, il talento necessario. Quello che serve a comprendere a fondo i contesti in cui si opera, cogliendone i problemi e individuandone le soluzioni. O quantomeno le contromisure, che pur non essendo definitive neutralizzano le ripercussioni peggiori e attenuano le altre. 

Quando queste doti non ci sono – come accade in grandissima parte delle attuali “élite”, dalla politica all’economia e ai media – è prassi corrente rifugiarsi negli stereotipi. Di pensiero e di comunicazione.

Nell’incapacità di generare nuove visioni, e nuovi modi di comunicarle, ci si accontenta di reiterare a oltranza i metodi che si conoscono. E che ci si illude di padroneggiare a tal punto da poterne beneficiare innumerevoli volte. 

Il caso di giornata, con i poveri Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli che si fanno una foto e la spacciano per la dimostrazione, radiosa e incontrovertibile, di un’armonia reciproca e fattiva, è a suo modo esemplare. 

Non è solo un trucchetto deprecabile in sé stesso. Ciò che lo rende ancora più grave, associando alla spregiudicatezza morale la pochezza dell’ingegno, è che non ci si rende conto di quanto sia trito e ritrito. E di quanto perciò, nell’ostinarsi a usarlo, si risulti pigri per un verso e arroganti per l’altro.

È la stessa cosa che vale per il pop, nel campo dello spettacolo dalla musica alla tv e al cinema: certe linee guida possono anche rimanere le stesse, a cominciare dalla semplificazione dei contenuti e dall’immediatezza dei linguaggi, ma vanno ravvivate ogni volta. Ed è una sfida che va accettata e che non si vince solo perché lo si desidera. 

Già: replicare quello che ha funzionato in precedenza non basta e bisogna invece reinventarlo. Ammesso, naturalmente, che se ne sia in grado. 

Leggi anche:

PD & C. Il programma boh, il leader chissà

PD & C. Ci vorrebbe un capo: ma non c’è

Oops: ai pifferai del Potere si è rotto il piffero