Grillo rimpiange il vecchio M5S. Ma lui dov’era?

Di: Gerardo Valentini

Una requisitoria in piena regola, quella che Beppe Grillo ha pubblicato sul suo sito mercoledì scorso. E basta leggere come inizia, per sapere contro chi è rivolta: “Il MoVimento 5 Stelle ha perso la sua identità, soprattutto ha perso la sua ‘diversità’ ”.

Il prosieguo è un’analisi sintetica ma serrata. Che specialmente in riferimento ai processi internazionali in corso – con le loro patologie già evidenti e le altre che vanno emergendo – ha molti elementi di verità.

“Oggi – scrive il cofondatore dei Cinque Stelle – la crisi del modello occidentale è più profonda, il sistema viene consumato dall’interno e messo sotto pressione dall’esterno. (…) Se pensiamo che il modello occidentale debba essere difeso, dobbiamo renderlo credibile, per farlo bisogna tornare ad ascoltare i cittadini, prima che la paura li consegni a modelli autoritari. Quando la democrazia smette di rispondere, arriva qualcuno che promette di farlo al suo posto, a volte indossa una divisa, altre volte controlla un algoritmo.”

Esatto. Lo stesso sistema di potere che genera le gravi distorsioni in cui siamo sprofondati pretende di ergersi a paladino del bene comune. Sorvolando sul fatto che in innumerevoli occasioni ha puntualmente assecondato certe dinamiche, dalla precarizzazione dei rapporti di lavoro al consumismo sfrenato e all’istupidimento di massa attraverso i media mainstream, con un allineamento costante che si può spiegare solo in due modi, entrambi imperdonabili.

Ipotesi uno: le classi dirigenti non avevano capito ciò che si andava preparando. E in tal caso significa che non hanno l’intelligenza necessaria per conservare le loro funzioni di leadership. 

Ipotesi due: lo avevano capito eccome, quantomeno nelle grandi linee, e allora ne sono corresponsabili e pienamente colpevoli.

Se a lanciare le stesse accuse fosse qualcun altro ci sarebbe da starlo a sentire. Persino in mancanza dell’indicazione di contromisure verosimili e altrettanto nitide. 

Ma se a farlo è Beppe Grillo no. Non più. 

Innalzi Di Maio, ti ritrovi Conte

Lui la sua grande occasione ce l’ha avuta, con la crescita vertiginosa di un movimento che era nato dal nulla nel 2007, al tempo del primo V-Day (Vaffanculo Day), e che nel giro di pochi anni fece registrare due clamorosi exploit consecutivi nelle elezioni nazionali, prima del 2013 e poi del 2018.  

Ma così come la ha avuta, quella chance enorme e forse irripetibile, così l’ha gettata nel cesso. E anche per lui vale quello che abbiamo detto prima: ha peccato solo di superficialità o di vera e propria connivenza?

Il paradosso, fin dall’inizio, è che gli stessi elementi decisivi ai fini del successo travolgente, arrivato offrendo rappresentanza e identificazione al vasto malcontento popolare che esisteva all’epoca (e che per molti versi esiste tuttora), sono stati anche quelli che ne hanno predisposto l’implosione successiva. 

Da un lato le istanze di democrazia diretta e di attacco frontale all’establishment si prestavano a essere condivise da persone di matrici molto/troppo diverse. Militanti che adottavano volentieri quelle parole d’ordine ma che per il resto avevano idee e valori di riferimento assai differenti. Vedi, per citare due esempi notissimi, Alessandro Di Battista e Roberto Fico. 

Di fatto questo approccio sommario, che era tanto dirompente riguardo ai bersagli da colpire quanto vago sulle alternative da introdurre, si risolveva in una ambiguità destinata a riemergere in seguito e a causare una miriade di dissidi. Come è puntualmente avvenuto.

Dall’altro lato, il coinvolgimento accelerato di un gran numero di individui privi di esperienza politica, attraverso i meetup, ha spianato la strada a soggetti spesso inadeguati. Dai pasticcioni benintenzionati agli opportunisti travestiti da rivoluzionari.

L’ascesa di Luigi Di Maio ne è l’esempio più cospicuo, ma certamente non l’unico. E la mancata selezione di rappresentanti all’altezza del compito è quella che ha poi portato a ritrovarsi, ai vertici del MoVimento, uno che nemmeno ne faceva parte e del quale, perciò, non erano sicure né le affinità ideali né le intenzioni concrete.

Il sedicente “avvocato del popolo”. Il primo ministro all’epoca del Covid. L’inossidabile Giuseppe Conte, finito a ingrossare le file dei progressisti.

Colpi di coda. O forse peggio

A che serve, dunque, quest’ultima sortita di Beppe Grillo? Solo a cercare di tirare acqua al proprio mulino, nell’ambito della causa giudiziaria da lui intentata nel marzo scorso, allo scopo di riprendersi il controllo esclusivo del simbolo e del nome del MoVimento, togliendoli quindi allo stesso Conte?

Questa è la spiegazione più ovvia. Ma non è detto che sia l’unica.

Se fosse tutto qui sarebbe nulla di più che un bisogno di rivalsa, da parte di un uomo che si era posto come leader carismatico e visionario e che, in quanto tale, dava per acquisito il diritto a un eterno riconoscimento e un’imperitura gratitudine. Ma che invece è stato tolto di mezzo con relativa facilità, da una combinazione letale di colpe proprie e di ambizioni altrui

Lui si atteggiava a sciamano (ve lo ricordate nei panni del Joker, nel video inviato alla kermesse dei Cinque Stelle in corso a Napoli, nell’ottobre del 2019?). Quelli che erano passati in quattro e quattr’otto dall’anonimato alla carriera politica non volevano saperne di mollare il loro nuovo status e si sono coalizzati per neutralizzarlo. Sbandierando l’alibi della ragionevolezza, come requisito indispensabile a chi operi nelle istituzioni, per coprire la smania di conservare cariche e privilegi.

Poi, però, ci sono delle interpretazioni più sottili. Che riguardano la gestione di quelle ampie aree di malcontento popolare delle quali abbiamo già parlato. 

La domanda, allora, diventa quest’altra: oggi c’è ancora spazio – e intendiamo uno spazio elettorale, con percentuali non irrilevanti e quindi spendibili – per un soggetto politico nuovamente egemonizzato da Beppe Grillo? E che magari, nel frattempo, si sia riappropriato del nome e del simbolo del MoVimento?

Dare voce. Anzi, zittire

Le cifre dicono di sì. Se i Cinque Stelle sono crollati dal 32 per cento delle Politiche 2018 al 15 per cento di quelle 2022, è palese che moltissimi dei loro elettori hanno smesso di rispecchiarsi nel nuovo corso capitanato da Conte. 

La scommessa, e la rinnovata manipolazione, potrebbe consistere nel tentare di farli abboccare daccapo all’amo di una promessa di guerra senza quartiere contro il sistema. Perché la vera finalità, di personaggi arruffapopoli come Grillo (e non soltanto lui) non è dare autentica rappresentanza e consolidata forza politica alle masse che non si fidano più dei partiti esistenti.

Tutto l’opposto. 

Lo scopo è imbrigliare quell’insofferenza e perciò neutralizzarla, affinché le ripetute illusioni di cambiamento permettano di rinviare ulteriormente, e se possibile all’infinito, la consapevolezza fondamentale e conclusiva. 

La presa d’atto che di realmente democratico, nelle democrazie occidentali, c’è poco o nulla.

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