Guida al referendum / 2. I catastrofisti del No

Di: Gerardo Valentini

Demonizzare la riforma. Demonizzare la maggioranza che l’ha voluta.

Puntando il dito sulle terribili, immaginarie conseguenze che deriverebbero dal riassetto dell’attuale normativa. 

Paventando sviluppi da colpo di Stato, in caso di ratifica con il voto popolare del prossimo 22/23 marzo: la magistratura che, a sentir loro, perde la sua cruciale indipendenza e si trasforma in un docile, impotente burattino nelle mani del governo. Del governo di destra, ovviamente.

Il filo conduttore è questo: distorcere gli effetti e ingigantire i pericoli. Parlando e straparlando di un attacco alla Costituzione. Alla Repubblica. Alla democrazia. La solita “sacra triade” della quale, manco a dirlo, gli unici e soli depositari sono i progressisti. 

Il filo conduttore è lo stesso, poi ciascuno lo srotola come può. E i media a sostegno si sbizzarriscono a trovare ogni sorta di testimonial. Perché qualcuno dei lettori/spettatori è più sensibile ai personaggi, o ai feticci, della politica. E qualcun altro, invece, a quelli della famosa “società civile”: scrittori, attori, cantanti, imprenditori, fate voi. La variegata galassia di chi comunque ha raggiunto almeno un certo grado di notorietà.

Gli esempi abbondano. Ma limitiamoci giusto a un paio. 

La superficie dello show

Per i primi, gli inconsolabili orfani dell’Ulivo-che-fu, ecco Romano Prodi. Il quale premette che al referendum voterà no (come dubitarne?) e sfrutta il recentissimo intervento di Mattarella al plenum del CSM per gridare all’apocalisse incombente. In gioco ci sarebbero, nientemeno, gli «equilibri costituzionali. Non si può attaccare la magistratura in questo modo. La funzione del presidente è quella di prevenire i rischi democratici».

Per i secondi, invece, salta fuori Diego De Silva. Che è l’autore, sottolinea Repubblica, del “più famoso legale della fiction italiana, l’avvocato Vincenzo Malinconico”. E che nell’intervista di Conchita Sannino si sovrappone alla sua creatura in un facile, ma capzioso, gioco dell’identificazione. Se ami il personaggio ami il suo artefice. Se ami entrambi appoggi le loro convinzioni.

A Da Silva non va giù che sulla questione sia chiamato a pronunciarsi il popolo. Che diamine, «mica uno può fare un corso di Giurisprudenza prima di chiudersi in cabina elettorale?». Il rischio, mannaggia, è che i cittadini rimangano atterriti dalle complessità tecniche e non facciano quello che i progressisti vorrebbero, ossia recarsi ai seggi in massa e bocciare la riforma. Frastornati da quelle sottigliezze giuridiche «o evitano le urne, oppure danno un voto irresponsabile». Non sia mai: saranno pure i titolari della sovranità, a norma della Costituzione, ma in certi casi, come dire, è meglio non fidarsi…

La battuta conclusiva, però, tocca al suo eroe letterario.

Chiede l’intervistatrice: «E Malinconico, con la sua indolenza pubblica e la privata saggezza, approverebbe?» Ma figuriamoci: «Un bel no, tutta la vita».

Più che lapidario, quanto mai prevedibile.

La strategia di sempre

Il trucco è risaputo: se il nemico non c’è te lo crei, come Saddam Hussein e le sue fantomatiche armi di distruzione di massa o come la Russia di Putin che, contro ogni logica politica, economica e militare, non vedrebbe l’ora di invadere l’Europa. Se invece ce l’hai sotto mano lo enfatizzi a dismisura, in modo da farlo apparire come una minaccia spaventosa, e mortale, alla libertà e alla democrazia. 

Lo schema è universale, ma in questo caso bisogna concentrarsi su come viene utilizzato dai progressisti nel tentativo di screditare a priori, e a 360 gradi, chi non la pensa come loro.

Lo spauracchio che viene agitato sempre e comunque è il fascismo. Non solo e non tanto quello storico, che ormai è un’esperienza remota e per forza di cose in via di scomparsa dalla memoria collettiva, quanto il suo fantasma. Impastato di autoritarismo e di biechi intenti di sopraffazione. Incarnato di volta in volta dai partiti e dai leader che non assecondano la bibbia liberal degli Obama, dei Macron o, più modestamente, delle Schlein di turno.

L’accusa è di pronto impiego e la si può espandere a piacere. Se non ci si vuole spingere a lanciarla nel modo più esplicito, liquidando come fascisti a tutto tondo i despoti già al comando o gli aspiranti tali che vorrebbero imitarli, si fa leva su termini contigui. Vedi l’ormai sfruttatissimo “autocrate”.

Simmetricamente, il vessillo da innalzare è quello dell’antifascismo. Che in questa versione estesa e ormai svincolata dall’ideologia prettamente mussoliniana va bene per tutti gli usi. 

Ma poiché il termine, col tempo, ha finito con il logorarsi e col perdere buona parte della sua forza originaria – quando funzionava come un esorcismo pressoché infallibile – gli si è affiancata una variante meno scoperta. Che pur replicando lo stesso paradigma e la stessa pretesa di superiorità, in chiave etica prima ancora che politica, apparisse meno fazioso e prevenuto.

Ed eccolo qua, il totem parzialmente alternativo: la Costituzione. Che essendo nata nel biennio 1946-47 può essere agevolmente associata all’antifascismo. E di cui la magistratura, guarda caso, viene presentata come la custode per eccellenza. In base a un criterio generale che in teoria è ineccepibile ma che poi, nella pratica, viene snaturato. Piegandolo a tutt’altri fini.

Una bonifica che fa paura

In linea astratta non fa una grinza: le leggi emanate dal Parlamento, e gli atti di governo dell’Esecutivo, devono rientrare nel perimetro della Costituzione.

Il problema, però, è che molte delle previsioni costituzionali sono affermazioni di principio. Che per loro natura si prestano a interpretazioni elastiche. Più estensive, o viceversa più restrittive, a seconda dell’aspetto che si vuole far prevalere.     

Non solo: a quelle contenute nella nostra Carta si aggiungono le altre che derivano da accordi e trattati internazionali. Ampliando ulteriormente il numero dei vincoli che si possono usare per ingabbiare le scelte politiche, tacciandole di aver violato una regola di rango superiore.

Un meccanismo, e una distorsione, che si sono manifestati con particolare insistenza riguardo all’immigrazione illegale e di cui abbiamo parlato recentemente nell’articolo intitolato “Basta con le vecchie regole, nel mondo che se ne frega”.

Ripetiamone il passaggio centrale. 

La celebratissima autonomia della magistratura si trasforma in un primato sulla politica. La sovranità del popolo finisce imbottigliata, a priori, in ciò che è stato deciso da altri e in altri momenti: il doveroso principio per cui tale sovranità si esercita “nelle forme e nei limiti della Costituzione” si espande a dismisura perché la Costituzione è a sua volta assoggettata a qualcosa che la sovrasta e che è pressoché impossibile da rimettere in discussione.

Ma perché la magistratura, nel suo insieme, possa continuare a svolgere questa subdola azione di condizionamento – che si spaccia per oggettiva e che invece, troppo spesso, è impregnata di pregiudizi faziosi – è essenziale che il suo massimo organo di autogoverno sia orientato dalle correnti. 

È questo che i progressisti vogliono evitare. È la possibilità che, un po’ per volta, la magistratura italiana si rigeneri e diventi davvero ciò che dovrebbe essere: un organo giudiziario che applica le leggi fatte dal Parlamento su mandato del popolo, anche quando non ne condivide i presupposti morali. 

Anzi: ideologici. 

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