NATO e 5% del Pil: il vero problema è la UE (che non c’è)

Di: Gerardo Valentini

Storia vecchia: gli USA dettano la linea e l’Europa si adegua. Restando intrappolata in una sudditanza che in parte è obbligata, ma che ha la sua colpa principale nel perpetuarsi all’infinito.

L’ennesima conferma è appena arrivata dal summit dell’Aja, con un sostanziale cedimento alle pressioni di Trump. Ovvero alla sua richiesta/pretesa di innalzare drasticamente gli investimenti in materia di armi e di altre misure di sicurezza. Superando così l’attuale scarto tra le quote NATO sostenute dagli Stati Uniti e quelle a carico dei Paesi UE. 

La visione di “Mister the President” è nota. Ed è anche nitida, dietro il polverone che egli stesso solleva con le sue dichiarazioni dirompenti e contraddittorie sfornate a getto continuo. 

Ma è proprio da questo nucleo di verità che bisogna partire. Consapevoli che ciò che può apparire caotico è in effetti strategico. Anche se poi, come è doveroso sottolineare, non è detto che quelle finalità siano condivisibili. Né in linea di principio, né per le loro ripercussioni su di noi.

Lo scopo complessivo è riassunto nell’acronimo-slogan MAGA (Make America Great Again) e punta a rafforzare con ogni mezzo gli Stati Uniti, oggettivamente indeboliti da una lunga serie di fattori che si sono accumulati negli anni e che ne minano sia la compattezza interna, sia la solidità economico-finanziaria. 

Il peso di un deficit federale che rimane altissimo e di un debito pubblico che è addirittura immane – e che avrebbe sprofondato nel default qualsiasi nazione non altrettanto intoccabile – mette a repentaglio lo stesso dominio del dollaro come valuta di riserva sui mercati planetari. Una preminenza che comporta sia vantaggi che svantaggi ma che resta una pietra angolare dell’egemonia statunitense.

Essere servili non basta più

Per molto tempo Washington ha lasciato che la UE fornisse un appoggio molto più politico che economico. Ma ovviamente non si trattava di generosità d’animo e di benevolenza sempiterna. Era solo che in quel momento, in quella fase, faceva comodo così.

L’allineamento europeo sconfinava nella connivenza e veniva ritenuto una contropartita adeguata, che a sua volta permetteva alle “classi dirigenti” di fondare il proprio consenso elettorale su una situazione di relativa tranquillità e di diffuso benessere. Tra bei proclami sui diritti delle minoranze e sistemi di welfare ad ampio raggio e più o meno universali, a cominciare dalla Sanità e dalle pensioni.

Questo assetto, con Trump, è arrivato al capolinea.

Il nuovo paradigma è che l’asservimento generale deve rimanere lo stesso ma con un aggravio supplementare. Che da un lato colpisce il mondo produttivo e dall’altro i bilanci pubblici, e che si snoda su due direttrici. 

La prima è quella dei dazi, nell’intento di riequilibrare gli scambi commerciali tra le due sponde dell’Atlantico. 

La seconda è quella, appunto, delle spese militari. La NATO costa tanto e la Casa Bianca by Donald ha deciso di stringere i cordoni della borsa.

Essendo in una posizione di forza, benché ingigantita dalla debolezza europea, ha squarciato i veli dei soliti condizionamenti dietro le quinte ed è uscita allo scoperto.

Battendo cassa in modo persino brutale. Mettendo con le spalle al muro le sue modeste controparti, dai vertici comunitari di Bruxelles ai governi nazionali.

Semplice e odioso allo stesso tempo: per restare nell’orbita degli USA non è più sufficiente assecondarne i piani internazionali, ivi compreso il ricorso alle armi contro i suoi nemici veri o presunti, ma c’è da pagarne il prezzo. Nel senso letterale del termine.

Meno introiti dalle esportazioni oltreoceano e più quattrini, molti più quattrini, nei dispositivi bellici.

Con un’ulteriore e decisiva aggravante: siccome la sedicente Unione Europea non è una vera federazione politica, e dunque non è neanche un soggetto unitario, i diversi Stati procedono singolarmente. Continuando perciò a frammentare il proprio potere negoziale all’esterno. E acuendo certe asimmetrie interne e i relativi pericoli, vedi il massiccio/esorbitante riarmo programmato dalla Germania. 

Un potenziamento che è inquietante di per sé. Perché ne farebbe non tanto la punta di lancia dell’Europa nei confronti degli eventuali nemici esteri ma un soggetto dominante, anche sul piano militare, nei rapporti con gli altri “partner” meno ricchi e meno potenti.

Chi avesse dei dubbi, al riguardo, è invitato a rinfrescarsi la memoria su come Berlino ha esercitato la sua preminenza economica. Dai rapporti di cambio sui quali si è edificato l’Euro alla gestione ondivaga ed egoistica dei parametri di Maastricht. 

Di utopie si crepa

Avere degli ideali è un’ottima cosa. Ma a patto che siano davvero tali – a differenza della subdola solidarietà nei confronti dei “migranti” o di ravvedimenti di facciata come il Green Deal – e che facciano i conti con la realtà. Sulla quale non ci si deve appiattire, spacciando per pragmatismo l’acquiescenza, ma che di contro non può essere ignorata. 

Il desiderio di cambiarla è condannato a restare un’astrazione, o peggio una simulazione, se non si incardina sulla piena consapevolezza che quel cambiamento può essere né facile né immediato. Perché non dipende solo dalle buone intenzioni e non si può realizzare a colpi di auspici.

Il punto di arrivo non va assolutamente confuso con il punto di partenza. Ammesso che lo si possa davvero raggiungere, sarà soltanto al termine di un percorso lungo e irto di sfide o addirittura di conflitti. Essendo scontato che l’establishment preesistente non si lascerà eliminare senza opporre la massima resistenza.   

Piaccia o non piaccia (e per innumerevoli versi a noi non piace) il mondo attuale è come è. Con i suoi centri di potere e le relative dinamiche di affermazione/sopraffazione ai danni di chi non ne sostenga le mire e i metodi. 

Oggi, quindi, il nostro punto di partenza come europei è amaro ma inevitabile. È prendere atto che le guerre continuano a esistere, visto che spesso la diplomazia non è in grado di ricomporre i dissidi, e riconoscere che non siamo nella condizione di affrancarci dalla supremazia di Washington.

Il primo dato è con ogni probabilità permanente. Il secondo potrebbe essere transitorio, ma solo se si sarà davvero in grado di costruire una crescente e profonda indipendenza.

Può sembrare paradossale, ma a guardare meglio non lo è. Lo stesso realismo che oggi richiede di fare buon viso a cattivo gioco, a causa di tutto ciò che non abbiamo fatto, e chiarito, in precedenza, può gettare le basi di un futuro assai diverso

Per ora ci rafforziamo all’ombra degli USA – ma con l’accortezza, tra l’altro, di sviluppare una nostra ricerca tecnologica e una nostra industria degli armamenti – e intanto ci prepariamo a cavarcela da soli. 

O eventualmente ancora da alleati. Ma alleati veri. Liberi. Autonomi. Che giudicano di volta in volta se, e in che misura, quel sodalizio sia sensato e proficuo.    

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