Ucraina e non solo: gli “alleati” fuori controllo

Di: Gerardo Valentini

La notizia, nuda e cruda, è che c’è una nave russa alla deriva nel Mediterraneo. Non lontano dalle coste maltesi. E quindi anche dalle nostre, visto che la Sicilia è a sua volta non molto distante. 

Il problema evidente, e grosso, è che la nave era adibita al trasporto di gas liquefatto e che ora, dopo essersi incendiata a causa di un attacco deliberato con ordigni esplosivi, sta per affondare. Con il fondatissimo rischio che il suo carico si disperda in mare, generando quello che il WWF definisce un “inquinamento duraturo di acqua e atmosfera”.

Ma poi c’è un secondo problema. Seminascosto, visto che non viene affrontato apertamente, e ancora più grosso. 

La responsabilità dell’attacco, infatti, sembra da addebitare all’Ucraina. O per meglio dire al suo presidente-padrone Volodymir Zelensky. Che nei confronti della UE, e dei singoli Paesi che ne fanno parte, continua a comportarsi in maniera unilaterale e pretenziosa, mischiando insieme vittimismo e arroganza e facendo prevalere, a seconda delle circostanze, l’uno o l’altra.

Se questi suoi atteggiamenti rimanessero nell’ambito delle relazioni formali sarebbero comunque fuori luogo, ma li si potrebbe tollerare/liquidare come difetti di carattere. Concedendo, magari, anche l’attenuante delle tensioni cui è sottoposto dal prolungarsi della guerra e dai suoi esiti: che al di là delle versioni faziose non sono certo favorevoli all’Ucraina e che, appunto nel protrarsi del conflitto, avvantaggiano la Russia, forte della sua superiorità in termini di popolazione, tecnologia militare e forza economica.

Ciò che invece cambia profondamente il giudizio, e solleva questioni di ben altro peso, è che la condotta di Zelensky non è affatto limpida. In teoria dovrebbe essere un fedele alleato della Ue. Di fatto è un soggetto che procede di testa propria. 

Lestissimo a prendere, e a pretendere, finanziamenti enormi e legittimazione totale. Restio, per non dire di peggio, a offrire in cambio una piena lealtà e almeno un pizzico di gratitudine. 

Con la scusa della guerra…

Li abbiamo visti in mille modi e in mille occasioni, la sua tendenza a giocare su più tavoli e il suo convincimento di non dover rendere conto a nulla e a nessuno. Come se lui fosse sempre e comunque la “parte lesa” che merita il massimo supporto e una permanente, onnicomprensiva assoluzione per tutto ciò che fa o non fa. 

Sia alla luce del sole, sia nell’ombra. 

Sia nella gestione degli affari interni, con una corruzione ingentissima e radicata che ha riguardato alcuni dei suoi più stretti collaboratori e che non può non suscitare dubbi sulla sua connivenza o, quantomeno, sulla sua incapacità di vigilare sul loro operato. 

Sia sul piano delle iniziative belliche che vanno oltre le normali attività militari e sconfinano in una zona grigia dai contorni indefiniti e inquietanti: perché allo scopo di colpire la Russia non si fanno scrupolo di causare ripercussioni negative.

Il caso più eclatante è il sabotaggio del gasdotto marino Nord Stream, che risale all’agosto 2022 e che ne ha compromesso il funzionamento, danneggiando innanzitutto la Germania ma più in generale la UE. Stando alla magistratura tedesca l’attentato fu effettuato da un’unità militare agli ordini del generale Valeriy Zaluzhny, allora comandante in capo delle Forze Armate di Kiev e in seguito, e tuttora, ambasciatore a Londra.

Zelensky non ne sapeva nulla?

Poi, vedi la metaniera “Arctic Metagaz” di cui abbiamo parlato in apertura, ecco gli attacchi alle navi della cosiddetta “flotta ombra” di Mosca, utilizzata per aggirare le sanzioni ed esportare comunque il petrolio e altre materie prime.

La giustificazione, si fa per dire, è che lo stato di guerra autorizza implicitamente a ricorrere a qualunque mezzo, pur di nuocere al nemico. E se poi ci saranno contraccolpi più o meno gravi su altre nazioni, neutrali o addirittura alleate, pazienza. 

Anzi: chissenefrega.   

Colpa sua, colpa anche “nostra”

È la regola universale: ognuno fa quello che gli lasci fare. 

Se Zelensky è spregiudicato e impudente, nel perseguire i propri scopi, la UE è debole, nel suo assecondarlo in maniera così assidua e sostanzialmente acritica. Una debolezza che ovviamente non riguarda soltanto il presidente ucraino e che negli ultimi mesi sta diventando sempre più palese, di fronte allo sgretolarsi del diritto internazionale e al venir meno delle abituali maschere dietro cui si sono nascosti gli intenti di dominio sul mondo intero, o quantomeno su vastissime aree del pianeta.

La UE – o più precisamente questa Ue, che non va affatto confusa con ciò che l’Europa potrebbe e dovrebbe essere – si è adagiata su una lunga serie di false certezze, impastate di opportunismo e di ipocrisia.

L’idea, cinica per un verso e stupida per l’altro, era che fosse sufficiente assecondare il modello dominante per assicurarsi, in un sol colpo, prosperità economica e aura morale. Il liberismo portava i soldi, la democrazia conferiva dignità. Perfetto: l’Occidente è buono, chi non si allinea è cattivo. Autocrati di varia natura, Stati canaglia, assi del male, e via demonizzando.

Ancora prima che falsa e manipolativa, questa versione è autolesionistica. Perché confonde la sicurezza autentica, che può scaturire solo dalla propria forza e dalla propria autonomia, con la sua versione illusoria: la pseudo sicurezza di chi se ne sta all’ombra del potere altrui e confida di poterci vivere, o vegetare, a oltranza.

Davanti a ciò che sta accadendo oggi nel mondo – ed è un “oggi” in senso lato, che esige di guardare con la massima lucidità sia a ciò che l’ha predisposto, sia a ciò che potrebbe seguirlo – l’Europa deve ripartire da un profondissimo esame di coscienza. Riconsiderando da cima a fondo la sua collocazione nel quadro internazionale e mettendo al primo posto, finalmente, i suoi veri interessi. Che devono coincidere, semmai ci fosse bisogno di specificarlo, con quelli della generalità dei suoi cittadini. 

In questo ripensamento generale rientra, eccome, anche la vicenda ucraina. Che va molto al di là della solita, stereotipata, capziosa formula del “chi è l’aggressore e chi è l’aggredito” e rimanda a ciò che è accaduto in precedenza.

Ma se anche non si vuole arrivare a tanto, il minimo indispensabile è convocare Zelensky a Bruxelles, e dirgli chiaro e tondo che delle due l’una: o si comporta davvero da alleato, astenendosi dal prendere decisioni unilaterali che vanno a scapito nostro, oppure il supporto che gli è stato fornito finora verrà rimesso in discussione. 

Puntando, se non altro, sulla sua sostituzione con un leader più affidabile.

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