Voltare pagina al Quirinale? Magari!

Di: Gerardo Valentini

“Un tabù” ha detto Giorgia Meloni. E non c’è dubbio che sia davvero così: tuttora, a ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e dal definitivo superamento del fascismo con l’avvento della Repubblica, l’idea che il Capo dello Stato appartenga al mondo di destra fa inorridire chi di destra non è. 

Un pregiudizio che è monolitico per un verso e ingarbugliato per l’altro. Come al solito, un antifascismo viscerale e malinteso che acceca. 

Sul piano costituzionale, in effetti, non ci sarebbe nessun ostacolo. A norma dell’art. 83 il Capo dello Stato viene scelto dal Parlamento, integrato dai rappresentanti delle Regioni. Inizialmente la soglia da raggiungere è di due terzi dell’assemblea, ma dopo il terzo scrutinio si riduce alla maggioranza assoluta. E nulla vieta, naturalmente, che questa maggioranza corrisponda alla coalizione del governo in carica.

Il dato giuridico è limpido. Quello politico rimane torbido. 

L’ipotesi di un vero cambio della guardia al Quirinale, che ponga fine al consueto avvicendamento tra i Grandi Sacerdoti dell’establishment progressista, non viene neanche contemplata. Come se fosse, di per sé, un evento traumatico (o addirittura catastrofico) che metterebbe a rischio…

Ecco. Fermiamoci su questo. 

Che cosa sarebbe, con precisione, a essere messo a rischio da un Capo dello Stato che non venga eletto con il sostegno dei partiti di centrosinistra? E soprattutto: perché?

Capzioso l’involucro, pessima la sostanza

Da un lato c’è l’ideologia. Dall’altro ci sono i vantaggi reali, tanto più insidiosi perché nascosti dietro l’asserita neutralità del Presidente della Repubblica. 

L’ideologia conduce all’equazione, assurda, tra destra e neofascismo. Utilissima (tralasciando gli ottusi che ne sono convinti e ci si avvinghiano come alla loro coperta di Linus) per nascondere dietro motivazioni nobili l’incapacità di accettare i massicci mutamenti che sono sopravvenuti. La supremazia del passato si è sgretolata e determinati valori, tacciati di essere retrivi, hanno recuperato la propria intrinseca dignità. 

Demonizzarli non basta più. Liquidarli con l’etichetta di “conservatori” non garantisce più che un gran numero di cittadini li rigetti in blocco. O che quantomeno si senta a disagio nell’affermarli, tanto nella sfera privata quanto al momento del voto.

Il consenso popolare si è spostato. Con un impatto che non si esaurisce nel presente ma che si proietta nel futuro, prefigurando cambiamenti definitivi. Questa destra potrà rimanere alla guida del Paese oppure no, ma di sicuro non potrà essere rinchiusa daccapo nel ghetto delle minoranze da sopportare a stento.

L’ostracismo di routine non funziona più. La reazione doverosa, per chi si è crogiolato in questa superiorità fittizia e arrogante, sarebbe fare un autentico mea culpa e cogliere i motivi, profondissimi, del ribaltamento in atto. 

Nemmeno a parlarne, invece.

Ma non c’è solo questo. Ci sono anche, eccome, i benefici che derivano dall’avere, ai vertici dello Stato, una persona che asseconda determinate istanze e che ne ostacola altre. La gamma di questi interventi è amplissima, dispiegandosi di volta in volta con modalità diverse e che, spesso, non hanno bisogno di tradursi in atti formali. E men che meno in disposizioni imperative, che peraltro non sono previste in gran numero dalla Costituzione. 

Del resto, se questi poteri di condizionamento non sussistessero, e non avessero alcun grado di discrezionalità, non ci sarebbe nessun motivo di preoccuparsi per l’eventualità di un Presidente di destra. Dovendosi attenere a quanto stabilito, e limitato, dalla Suprema Carta, la sua influenza sarebbe minima o addirittura nulla. E i timori di interferenze illegittime sarebbero dissipati a priori. 

La verità è ben diversa. I margini di manovra esistono sempre e valgono per ogni tipo di carica e per ogni individuo che la rivesta, quale che sia la sua estrazione politica.  

Vale a destra come al centro e come a sinistra. Così come vale, spostandosi da un ambito istituzionale all’altro, per i magistrati. Chiamati ad applicare la legge, di fatto la interpretano. Sperabilmente in perfetta buona fede ma allo stesso tempo, fatalmente, in base ai propri convincimenti personali. 

9 anni di Napolitano, 14 di Mattarella…

È questa ipocrisia, che va rimossa. Insieme alla pretesa che partendo dalla Costituzione si possa, anzi si debba, arrivare inevitabilmente al tipo di società che i progressisti desiderano. 

Loro lo danno per scontato. E mal sopportano che gli elettori facciano scelte differenti e portino al governo chi non condivide la medesima impostazione. Il trionfo di Fratelli d’Italia nelle Politiche 2022, con l’ascesa a Palazzo Chigi della stessa Meloni, è stato un boccone amarissimo da mandare giù. Ma lì non c’era scampo: il verdetto delle urne era stato inequivocabile e le conseguenze, rispetto al nuovo esecutivo, non potevano essere messe in discussione. 

Restava il Quirinale, appunto. Il simbolo, usurpato, di una supposta continuità tra le forze che avevano scritto la Costituzione e i partiti che ne avevano preso il posto nei decenni successivi. Con trasformazioni così rilevanti, però, da trasformare la discendenza in un imbastardimento via via più palese.

Su questo si è sorvolato. Continuando imperterriti a dare per certo che quell’eredità fosse piena e legittima. E che perciò il Presidente della Repubblica dovesse appartenere, per definizione, al medesimo versante.

Sinora è andata così. La prossima volta, elezioni nazionali permettendo, si potrà finalmente uscire da questa impasse. Una normalità assai tardiva, ma proprio per questo ancora più giusta. 

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