Di: Gerardo Valentini
Due premesse vere, una conclusione falsa. Due dati “oggettivi” che sfociano nell’ennesima condanna-slogan abbaiata dall’opposizione, intesa sia come partiti, sia come stampa di supporto.
Vero: il Pil italiano cresce poco. Appena lo 0.5 % nel 2025, in leggero peggioramento rispetto alle previsioni (o agli auspici) che speravano di aggiungere un paio di decimali.
Vero anche questo: il rapporto tra il deficit pubblico e lo stesso Pil è stato, nel 2025, del 3,1 per cento. Superando, sia pure di pochissimo, il limite imposto dai parametri UE e impedendo perciò l’uscita dalla relativa procedura di infrazione.
Falso: il principale responsabile di questi esiti insoddisfacenti è il governo Meloni. E chi lo sostiene sprofonda nella propaganda più becera.
Il quotidiano Domani lo fa al massimo grado, oscillando peraltro tra la sintesi ad effetto sparata in prima pagina e gli sviluppi più misurati negli articoli a corredo. Il titolone campeggia nell’edizione di ieri, 23 aprile, e assume gli accenti di una sentenza lapidaria e incontestabile: “La Melonomics è un fallimento”.
All’interno la musica cambia e quella che viene presentata come “l’analisi”, a sottolinearne il compito di approfondire la questione, provvede a ridimensionare parecchio lo j’accuse a senso unico: “Il paese è in crisi. E non basta solo cambiare governo”.
Appunto. Queste difficoltà si trascinano da molti anni e certamente non si possono addebitare soltanto, o principalmente, all’attuale esecutivo. Che, al contrario, si trova a operare in un quadro nel quale si intrecciano, e si aggrovigliano, sia i mali profondi del passato, sia quelli che sono sopravvenuti nel frattempo.
Scenari che erano già assai onerosi a inizio legislatura, con la pesantissima eredità dei contraccolpi derivanti dalle misure anti Covid, e che da lì in poi hanno risentito di altre dinamiche negative, per lo più di matrice internazionale. Dal protrarsi del conflitto in Ucraina, con le sanzioni autolesioniste a carico della Russia, ai dazi di Trump e agli effetti della guerra contro l’Iran.
Senza mai dimenticare, inoltre, i vincoli UE. Più o meno pretestuosi e ipocriti. Irrigiditi, o viceversa attenuati, ad nationem.
Chiusi in gabbia non si vola
La cornice reale è questa: una vastissima ragnatela di condizionamenti obbligati che lascia scarsi margini di manovra. Riducendo la cosiddetta “Melonomics” alla classica formuletta giornalistica che suona efficace, riecheggiando la celebre “Reaganomics” del presidente USA negli anni Ottanta, ma che in realtà è priva di senso.
Infatti, a differenza dell’approccio drastico con cui Ronald Reagan tagliò la spesa pubblica all’insegna di un brutale «il governo non è la soluzione al nostro problema; il governo è il problema», Giorgia Meloni e i suoi alleati non hanno fatto niente di così sommario.
Più precisamente: non lo hanno fatto per il semplice e decisivo motivo che non lo vogliono fare, essendo consapevoli che esiste un impoverimento generale delle famiglie. Causato anch’esso da una molteplicità di fattori, il cui filo conduttore è che i prezzi aumentano ben più dei redditi.
La prospettiva, quindi, è di per sé angusta. Perché le ristrettezze dei conti pubblici impediscono di allargare i cordoni della borsa, sia per abbassare la pressione fiscale, sia per sostenere le imprese con incentivi consistenti.
Giusto ieri, in occasione dell’assemblea nazionale delle delegate e dei delegati dell’industria della Cgil, ne hanno parlato il segretario del sindacato, Maurizio Landini, e il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini.
«L’Europa – ha sottolineato quest’ultimo – deve fare l’Europa, la strada è il debito comune, che vada in investimenti, infrastrutture e transizione. È miope pensare che ogni paese possa fare per sé.»
Landini lo segue a ruota, quantomeno sul versante dei vincoli UE: «In questo momento c’è bisogno di sospendere il Patto di stabilità. Rischiamo uno scenario peggiore del Covid, occorre determinare le condizioni per riportare l’Europa ad investire».
Okay. Ma allora…
Per sorvegliare. O per dominare?
Entrambe le posizioni, com’è noto, sono sostenute dal governo Meloni. E il debito comune europeo è un’istanza che risale addirittura al 2003, quando a caldeggiarla fu l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
Non si tratta solo di necessità tattiche. Ma di visioni strategiche, che sono o che dovrebbero essere imperniate su due cardini fondamentali.
Il primo è un superamento delle pastoie e delle contraddizioni della UE, tuttora incapace di generare un vero senso di appartenenza condivisa e solidale. Di nome si proclama una “unione”. Di fatto rimane un’aggregazione eterogenea di interessi diversi e spesso contrapposti, sino all’indifferenza per le traversie altrui e all’ostilità senza scrupoli. Quand’anche mascherata da rispetto delle regole condivise.
Il secondo è che la flessibilità costituisce il criterio essenziale per rispondere al mutare delle situazioni. Tanto più se dovute a dinamiche internazionali che sono fuori dal proprio controllo.
Che i parametri siano espressi in forma matematica è inevitabile. Ma non lo è, per niente, che ci si fermi al mero dato numerico, senza prestare alcuna attenzione a ciò che ha determinato lo scostamento di turno.
L’approccio corretto (anzi: sano) è valutare l’impianto complessivo delle politiche di bilancio di ogni Stato. Non arroccarsi sulla pedestre constatazione che un certo valore è stato superato. A maggior ragione quando, come nel caso dell’Italia, si tratta di un singolo/ininfluente/accidentale decimo di punto.
Se lo si fa – se ci si ostina a farlo – c’è comunque qualcosa di sbagliato e inaccettabile: o è un’ottusità da burocrati, oppure è una volontà di dominio. E a nostro avviso, senza escludere del tutto la prima, prevale di gran lunga la seconda.
Con la scusa di tenere salde le briglie si stringe il cappio non appena se ne presenta l’occasione.
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