Guida al referendum / 3. Se voti Sì ti infamano

Di: Gerardo Valentini

Gioco sporco, come si dice. Allo scopo di aggiungere ulteriore discredito – ulteriore e nelle intenzioni definitivo – ai sostenitori della riforma della magistratura. Accomunando nello stesso e avvelenato ostracismo sia chi l’ha approvata in Parlamento, sia chi ha intenzione di ratificarla nelle urne. Con il voto del 22 e 23 marzo.

È una deriva inaccettabile. Anzi, un metodo inaccettabile. Di per sé, infatti, la questione dovrebbe rimanere nell’ambito della diversità di vedute. Chi la vede in un modo e chi la vede in un altro, ma pur sempre nei termini di valutazioni legittime. Per entrambi gli schieramenti.

Invece no.

Si sono moltiplicati i tentativi di trasformare questa particolare divergenza in una lotta (l’ennesima) tra il Bene e il Male. Con quelli che sono contrari ad ammantarsi da paladini della Costituzione, mentre i sostenitori della Riforma vengono dipinti come biechi antidemocratici al servizio dei più loschi interessi.

Accuse che in diversi casi sono scagliate apertamente e in altri, come vedremo tra pochissimo, in maniera più subdola.  Ma sempre nella stessa chiave. Che consiste nell’attribuire a questo pacchetto di modifiche delle finalità diverse, e incomparabilmente più torbide, rispetto a quelle evidenti. 

Un vero e proprio disegno occulto che mirerebbe, nientemeno, a favorire i grandi gruppi criminali e altri potentati senza scrupoli. 

Tra i quali, o in primis, c’è addirittura…

La vecchia P2 di Licio Gelli

A rispolverarla è stato il Fatto Quotidiano, in un’intervista pubblicata domenica scorsa, il primo marzo. 

«Col Sì al referendum – domanda Giuseppe Pipitone – si realizzano le idee portate avanti da suo padre?»

L’interlocutore è Maurizio Gelli, che è uno dei figli del “venerabile” Licio. Il fondatore e leader della P2 scomparso da ormai dieci anni, nel dicembre 2015.

La risposta è affermativa. E benché sia seguita da svariate altre argomentazioni, tra cui il convincimento che «la separazione delle carriere potrebbe aiutare a migliorare la funzionalità e l’efficienza del sistema giudiziario italiano», l’obiettivo è già raggiunto. Poter sbandierare la conferma. Imbastendoci su il teorema desiderato: siccome determinati cambiamenti erano auspicati dalla P2 di Licio Gelli, pertanto la loro emanazione nella Riforma rientra in una convergenza a tutto campo.

Appunto: il Male di qua, a destra, e il Bene di là, a sinistra.

Una contrapposizione manichea che pretende di stabilire una connessione profonda, consapevole, strategica tra entità abissalmente diverse, come lo sono dei partiti politici a paragone delle logge massoniche, tanto più se “deviate”. Mentre i primi traggono la propria legittimazione dal voto popolare e devono giocoforza manifestare le loro intenzioni attraverso atti pubblici, le seconde operano nell’ombra e perseguono i loro obiettivi di potere in modo strisciante.

Certo: questi due mondi non sono affatto impermeabili, ma un conto sono delle contiguità specifiche e tutt’altro dei legami organici e pervasivi. 

Sostenere che l’attuale maggioranza parlamentare, e di governo, sia omogenea alla vecchia P2 è complottismo della peggiore specie. Perché prende un singolo caso di affinità, che di per sé può avere motivazioni e finalità totalmente distinte, e lo ingigantisce ad arte.

La coincidenza viene sovraccaricata di significati, arbitrari, e la si spaccia per la prova inconfutabile di un legame intimo e perverso. Così come accade, e in maniera ancora più scoperta, nelle dichiarazioni/invettive di certi magistrati. 

Una logica da quattro soldi

“Massoni e mafiosi voteranno sì”.

La sintesi è giornalistica, ma corrisponde alla sostanza. Nino Di Matteo, sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia, si è accodato a Nicola Gratteri, procuratore a Napoli, e ha rilanciato il medesimo concetto. Che nella versione di Gratteri era esattamente questa: «Voteranno per il sì indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».

La conclusione viene da sé. Ed è duplice. E doppiamente infida.

Uno: chi è a favore della Riforma si schiera dalla medesima parte dei delinquenti. Grandi e piccoli, espliciti o occulti. Nel farlo diventa perciò un fiancheggiatore del crimine, poco importa se per scelta consapevole o per semplice ottusità.   

Due: chi non voglia apparentarsi a quella pessima compagnia non ha altra alternativa che andare in direzione opposta. Se le cosche sono per il Sì, gli onesti cittadini non possono che optare per il No. 

È la versione attualizzata del vecchio “Turatevi il naso e votate Dc” scodellato da Indro Montanelli nel 1976.  “Turatevi il naso e lasciate tutto com’è”. Lasciate che la magistratura italiana proceda imperterrita come ha fatto finora. Accantonate qualsiasi legittima critica sul modo in cui i magistrati italiani, nel loro insieme, si sono gestiti dentro e fuori dai tribunali, stiracchiando a piacimento la loro celebratissima indipendenza. 

Invocata come una garanzia di correttezza super partes quando invece, e in troppe occasioni, si è risolta in tutt’altro. 

Autonomi, ma a modo loro

Da un lato, è stata l’architrave delle correnti. Che permettono di condizionare le carriere e di favorire solo chi si adegua a quelle logiche di fazione.

Dall’altro, ha fornito l’alibi per dare contro alle decisioni politiche sgradite, stravolgendo il principio dell’autonomia e tramutandolo in una potentissima arma di pressione. Che cerca di ostacolare in tutti i modi quello che non condivide, a cominciare dalle misure che contrastano l’immigrazione illegale.

Come? 

È sotto gli occhi di tutti: a colpi di incriminazioni pretestuose e di sentenze mirate.

Vedi quelle sulle Ong in stile Open Arms o Sea Watch. Sui CPR in Albania. Sui rimpatri nei Paesi d’origine, che vengono considerati insicuri, e perciò improponibili, solo perché non risultano perfettamente in linea con gli standard liberali dell’Occidente.

Un automatismo, più o meno: se ai magistrati progressisti non piace, si appellano a qualche altisonante principio etico, o pseudo tale, e favoriscono chi dicono loro. O almeno ci provano. 

Se lo facesse un avvocato qualsiasi li si definirebbero dei cavilli. Visto che lo fanno loro, circonfusi dell’aura di Supremi Custodi del Diritto, diventano sacrosanti richiami a una morale superiore. Di cui, si intende, loro e soltanto loro sono i depositari esclusivi.

Una rappresentazione a senso unico. Una messinscena sbagliata e ipocrita fin dal primo momento. Ma adesso anche logora, dopo tutto quello che si è accumulato nel corso degli anni.

Leggi anche:

Guida al referendum / 1. Le distorsioni da eliminare

Guida al referendum / 2. I catastrofisti del No

Rimpatrio degli immigrati illegali. Era ora, cara UE